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Concorso 2009

Concorso Parole in Corsa GTT

Viaggio

di ARIANNA REGIS

E’ in un viaggio speciale dove per qualche istante vi vorrei condurre, là dove tutto è distante da qualsiasi rumore che un orecchio sente, se non quello stridente dei binari che per sempre pari e ugualmente vicini strisciano lontani e mai si potranno unire. Parole raccolte, mai dette o  sussurrate appena e rimbalzate via, oltre ad una porta che si apre lenta  e poi veloce e violenta dentro le rinchiude. Viaggio di pensieri e soli sguardi, nascosti, timidi e confusi, fra valigie accatastate, giacche stropicciate e profumo di giornale; una corsa nel tempo che racconta storie di ogni Paese strette fra mani bianche o nere, intrecciate come trame di tessuto variopinto. Siedo assorta nel sedile, abbandono la fretta e vi affondo la mente: è già fuggita oltre al finestrino, salta su una fitta siepe, poi in alto fin sopra ad un camino fumante, si adagia su quel tetto che rosso spicca contro il cielo di grigio dipinto e poi sparisce dietro alla collina che verso un precoce tramonto invernale pigra si incammina. Gli occhi lesti provano ad inseguirla ma ritornano da capo, sempre più vicini al vetro appannato. Lei, con la manica di uno spesso maglione  l’ha appena asciugato per vederci attraverso.

Il controllore dallo sguardo corrucciato irrompe all’improvviso, si inalbera e comincia ad imprecare: è senza biglietto, dice di averlo perso. Tutti si girano. Credergli o no, poveretto, deve scendere subito, pare stupito. Questo viaggio interrotto l’ha intrapreso mille volte, tutte andate storte; magari un giorno riuscirà ad arrivare a fine corsa, nella stazione giusta, proprio quella che ha sognato… Da bambino. La immaginava di cioccolato, profumata di zucchero filato, con le panchine di marzapane succulento e vasi straripanti di caramelle. A terra niente cemento,  solo panpepato, ciambelle e fiumi di miele. Sedili al caramello, una stiva stracolma di frutta candita; da leccarsi le dita! Mirtilli, more e gelato al lampone, panna montata e deliziose crostate alla marmellata in ogni stazione.

Torno da lei: il viso incorniciato da una  lunga frangia dorata, a fianco, sul sedile a lato poggia il suo libro fedele, tiene la mano serrata e poi la distende. Non ha tolto la sciarpa che scivola adagio sul cappotto morbido . Dondola il piede avvolto in un’accogliente scarpa color noce prima da una parte e poi dall’altra; intorno a quel movimento tutto si ferma, tutto tace. Si era appena assopita ma poi di scatto si stringe e si accovaccia con le ginocchia piegate nell’angolino, inizia a giocherellare con un guanto rosa antico e rimpiange l’estate, quando quel prato era giallo e assetato, scottato da un sole incandescente, le foglie verde acceso, dal balcone velocissimo che mi scorre a fianco straripavano fiori sgargianti.

L’esame è domani: “Hai studiato?”: un biondino occhialuto parla all’amico, sfoglia frenetico e stanco le pagine di un libro. “Un giorno ti serviranno, vedrai”: questo è quello che gli ripetono spesso, non vede l’ora di arrivare a quel giorno e scoprirlo lui stesso.

E tu, tutta vestita di nero, non hai caldo? Scusami, se mi sbaglio, posso rubarti un pensiero? Chissà dove ti porta la musica aspra che dentro rimbomba rendendoti sorda. Le cuffiette nascoste dalle ciocche verdi e viola di capelli ti estraniano e rimani sola. Hai un aspetto così duro, il trucco calcato e scuro; ti scruto e forse per errore ricambi il mio sguardo curioso: una manciata di efelidi disordinate addolcisce il viso, ma subito dopo ti volti e lo nascondi. Si può sapere a cosa ti ribelli? Guarda fuori, è un incanto: l’ inverno, i prati gelati, i rami immobili e luccicanti di brina, quello steccato innevato è dipinto in ogni contorno, attende la primavera con il suo ritorno.

Sbircio fra i sedili: perché ti sei levata la scarpa e ora appoggi i piedi proprio lì? Da dove vieni, cosa fai qui? Fra la stoffa colorata due occhi neri brillano come stelle perse nel cielo e supplicano un mondo migliore; non sarai più Diversa e ti sentirai Uguale.

Tieni barbone, posso darti solo una mela, è tutto quello che ho, sono certa che la tua fame sia vera. Un morso.  E’ dolce e matura, il succo  ti cola addosso, riscalda un animo  e un corpo logori come i vestiti che porti. Un pallido sorriso è il tuo dirmi grazie, lo intravedo su un viso sporco e scavato, invecchiato troppo presto. Raccontami le fredde nottate buie, gli angoli dimenticati dove nascondi i tuoi cartoni umidi e bucati,  il vuoto e la solitudine che c’è nell’abbandono. Un vagabondare che non  lascia scampo e in ogni alba ti assale. Vorrei farti compagnia, resta ancora qui per scaldarti un poco! Non faccio in tempo ad alzarmi, sei già andato via.

Alla fermata una ragazza sale, si siede e poi si rialza nervosa. Il treno riparte, sbuffa e un anziano signore dai capelli bianchi si sporge, forse ha perso qualcosa: ma indietro, sul morire di una breve giornata autunnale ha lasciato soltanto la sua giovinezza e ne conserva con gioia ed ebbrezza i ricordi più preziosi. Una smorfia buffa, mi fa sentire contenta. Infilo le mani nelle tasche del giaccone; fuori è freddo, fatico a riconoscere la stazione. E’ scesa la nebbia, ha coperto ogni cosa e sento voglia di tornare al calore di casa. Il mio viaggio in corsa finisce qui:  mi allontano arricchita da tutto ciò che ho vissuto, sorrido per un ultimo saluto.