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Concorso 2009

Concorso Parole in Corsa GTT

IO E CASSANO, PRATICAMENTE GEMELLI

di ANITA BORTOLASI

Corro al limite delle forze e del fiato. Sento che mi sta arrivando un crampo alla coscia, ma non posso mollare proprio adesso che mi sono finalmente smarcato. Ormai sto a pochi metri dalla porta e posso vedere la faccia spaventata del portiere.

Decido l’angolo verso cui tirare. Sugli spalti i tifosi sembrano impazziti, urlano, fischiano. Ce n’è uno che suona uno strumento… mio Dio, ma che cos’è? Fatelo smettere, è un trillo fastidioso, non riesco a concentrarmi per tirare in porta…

La sveglia ha suonato alle 5 e 45.

L’ho spenta con un gesto automatico, concedendomi la solita proroga di cinque minuti.  Cinque micragnosi minuti di sonno.

In Romania non avevamo bisogno della sveglia. C’era mia madre, che appena alzata accendeva la radio in cucina a tutto volume e faceva un baccano infernale nel preparare la colazione a me e ai miei fratelli.

Qui a Torino invece il monolocale in cui abito è fin troppo silenzioso. Quando riapro gli occhi sono le sei e anche oggi mi tocca fare tutto di corsa.

Sul divano-letto nell’ingresso il mio coinquilino Daniel dorme ancora. E’ infermiere come me, ma oggi fa il turno del pomeriggio.

In pochi minuti bene o male (più male che bene è il giudizio dello specchio dell’ascensore) mi sono vestito e pettinato, ho indossato due scarpe uguali (non come ieri che avevo messo una scarpa di Daniel) e ora scendo a velocità pericolosa le scale della metropolitana. Corro verso il convoglio travolgendo un trolley e tagliando villanamente la strada a un passeggino.

L’imprecazione che sento non credo provenga dal bambino, ma non ho il tempo per verificare né per scusarmi.

Come sempre la metro è la mia salvezza: mi cattura in un iperspazio parallelo sotterraneo e in pochi minuti mi materializza davanti a Porta Nuova, dove ricomincio a correre verso la fermata dei bus.

Prima di salire sul mio autobus afferro al volo uno di quei giornali gratuiti offerti ai passanti.

A bordo l’aria condizionata mi soffia aria gelida sul collo. Una signora seduta accanto a me si copre le spalle con un golfino. Beata lei, che è stata previdente. Sento che mi sto ricoprendo lentamente di brina, come una trota dimenticata nel freezer.

Sfoglio il giornale alla ricerca delle pagine sportive: c’è un’intervista a Cassano, il grande calciatore del Bari, mio coetaneo e quasi mio omonimo (non l’ho detto? io mi chiamo Anton Casanu).

Abbiamo altre cose in comune Cassano ed io: anche lui lavora di domenica e anche a lui piace tanto dormire al mattino. Nell’intervista dice addirittura che… si arrabbia se qualcuno lo sveglia prima delle undici e poi… questa è incredibile… non solo abbiamo la stessa età, ma siamo nati lo stesso giorno!

Nell’entusiasmo mi accorgo appena in tempo d’essere arrivato alla mia fermata.

Corro ancora, nello splendore dell’alba (se si può parlare di splendore in luoghi come la Piazza Carducci) finché mi appare la sagoma famigliare delle Molinette. Che nome poco adatto ad un grande ospedale! A me mi fa piuttosto venire in mente (data anche l’ora) i biscotti da inzuppare nel latte.

In reparto c’è il solito delirio del mattino. Prendo le consegne dai colleghi del turno di notte. Spero di poter fare colazione nella cucina del reparto o almeno bere un caffè. Ma se la speranza è l’ultima a morire, oggi è già in agonia: il paziente della undici si sente male, altri due hanno suonato il campanello, il carrello delle medicazioni è ancora da preparare, non si trovano più le provette per i prelievi…

Naturalmente la caposala è intrattabile: “Non è giornata” dicono i colleghi italiani in questi casi, oppure “ha le cose sue”. Ma che significa? Un giorno o l’altro dovrò farmelo spiegare.

Mentre corro per rispondere ai campanelli ripenso a Cassano: lui ha tanti tifosi che lo venerano e gli chiedono l’autografo. Io ho tanti pazienti (devo ancora capire perché li chiamano così…) che mi chiedono di tutto, dall’antidolorifico alla padella e non mi dicono nemmeno grazie, altro che autografo! Eppure il mio lavoro lo faccio bene, almeno quanto lui il suo.

Basta, non è il momento delle rivendicazioni. Devo portare una paziente in sala operatoria. Il suo letto è già parcheggiato in corridoio.

La signora mi concede un sorriso nervoso, con gli occhi già persi nella preanestesia.

- Non si preoccupi - le dico, iniziando a spingere il letto – io guido bene.

Poi, per sdrammatizzare, aggiungo:

- Le piace il calcio, signora? Lei sa chi è Cassano?

No, non lo sa e non mi sembra nemmeno interessata.

Sento la caposala che grida: - Anton sbrigati! Quando torni vai subito nella tre: c’è un letto da cambiare…

Oh mer…coledì! Qui si dice così perché l’altra parola che inizia per “mer” non si può dire. Ma se un letto è da cambiare a quest’ora mi sa che è quella la parola giusta…

E pensare che il giorno della laurea mia madre mi aveva detto:

- Il mio Anton laureato in scienze infermieristiche! Sono orgogliosa di te!

No mamma, in momenti come questo penso che avresti fatto meglio a non farmi studiare e a lasciarmi giocare di più a calcio…

La mia giornata è iniziata. Corro dal momento in cui mi sono alzato dal letto (anzi, anche prima, se si conta il sogno) e dall’andazzo del reparto so che smetterò solo alla fine del turno.

Da qualche parte il mio gemello si gira nel letto, sorridendo beatamente nel sonno. Chissà se fa i miei stessi sogni?