L’attimo dell’autunno arriva ogni anno in maniera diversa. Dovrei aspettarmelo, ormai, dovrei smetterla di farmi cogliere di sorpresa.
E invece, anche quella volta, arrivò di soppiatto, quasi spaventandomi.
Ero alla fermata del tram, e la mattina appena arrivata non preannunciava un’ottima giornata.
Una mattina fastidiosa, sgradevole, come la sensazione che si prova quando al bar il tizio che ti precede in coda finisce i croissantes alla marmellata.
L’auto si era rotta. Morta. Nessun cenno di vita, e non erano serviti neppure i miei rimproveri o le mie preghiere disperate.
Prendere il taxi, neppure a parlarne. A corto di soldi anche questo mese, signor Campana? Ben detto.
Così ero a quella maledetta fermata del tram, che sembrava una fermata fantasma. Nessun muso arancione all’orizzonte.
Come se non bastasse,il cellulare squillava in continuazione.
Quella mattina era la terribile mattina in cui avrei dovuto presentare il progetto pubblicitario per le nuove merendine prodotte dall’azienda per cui lavoravo. Merendine caloriche, piene di grassi e coloranti, che io avrei aiutato a vendere come “la merenda più sana per il tuo bambino”.
Il tram non arrivava,e il cellulare squillava. Ottimo, pensai.
Signor Campana è in ritardo, signor Campana il capo la aspetta, diavolo Campana , dove si è cacciato?
L’attimo dell’autunno si fece largo tra una telefonata e l’altra.
Soffice, tenue. Un attimo.
Era stato lo zio Arturo a parlarmi dell’attimo dell’autunno, molti anni prima.
L’attimo in cui un uomo di accorge che l’estate sta morendo per cedere il passo all’autunno.
Poteva manifestarsi in diversi modi, non per forza eclatanti. Si trattava della nuova sfumatura della luce – una luce meno sfacciata di quella estiva, una luce bella e schiva - , oppure di una foglia caduta, o di un nuovo odore nell’aria.
Lo zio diceva di stare sempre attento, di non lasciare mai che l’attimo dell’autunno passasse inosservato, perché bisognava togliersi il cappello e salutare la morente estate.
Zio Arturo è un ricordo ancora vivido della mia infanzia; forse quello che oggi rievoco con più facilità, e con immensa gioia.
Ricordo che lo zio Arturo mi portava spesso a passeggiare per Torino, durante i suoi giorni di licenza. Passeggiare forse è un termine tecnicamente sbagliato, perché io e zio Arturo passavamo i nostri pomeriggi sui tram.
Lo zio amava i tram più dei treni. Diceva che sui treni si viaggia,mentre sui tram si vive. Si sale per andare dal dottore,con la spesa in mano,incontrando conoscenti,parlando o litigando. E fuori, fuori c’è sempre la città. Ogni binario è un pezzo della colonna vertebrale delle città.
Sui tram, lo zio Arturo mi ha insegnato tante cose. Mi ha insegnato a fare di conto,a parlare francese,mi ha insegnato l’amicizia e il coraggio e il senso del dovere. Io, dall’alto dei miei dieci anni, assorbivo ogni informazione, con una sete di conoscenza che pareva inestinguibile.
Un giorno lo zio mi confidò anche che per essere felici bisogna deragliare.
Io lo guardai affascinato per un attimo, poi, visto che non capivo come si potesse essere felici semplicemente imitando il verso di un asino, chiesi spiegazioni.
Zio Arturo scoppiò a ridere, la sua risata buona e profonda, e mi spiegò che deragliare significa uscire dai binari, come un tram.
- Quindi non c’entra nulla il verso dell’asino?
Lui ci pensò su.
- No,direi di no. Però tu potresti anche ragliare,una volta uscito dai binari. Così,per scaramanzia.
Lo disse sorridendo,e dopo mi strizzò l’occhio.
Zio Arturo aveva intrapreso la carriera militare a Torino, così, spesso, al termine dei nostri incontri, lo accompagnavo alla caserma.
Un giorno, fuori dall’enorme cinta di cemento, gli chiesi perché lui, che avrebbe amato deragliare, andava poi a chiudersi là dentro, seguendo dei binari ben precisi.
Mi guardò triste, poi mi diede un buffetto sulla testa e sparì dietro il cancello.
Due anni e quattro mesi dopo quel buffetto, zio Arturo si ammalò gravemente.
Prima di morire, chiese ai nostri parenti di poter parlare solo con me.
Siccome zio Arturo odiava le banche e non aveva mia depositato il suo denaro su un conto o un libretto di risparmio, tutti pensarono volesse confidare a me il nascondiglio dei suoi risparmi.
Lui invece mi chiamò vicino a sé, mi prese una mano e in un soffio disse – Deragliare. No. Perché sono un vigliacco.
E con uno sforzo immenso,aggiunse – Ma tu no.
Morì così, rispondendo alla mia domanda.
Ripensando allo zio Arturo, in quell’attimo d’autunno, mi ritrovai con gli occhi lucidi,mentre la luce aveva un altro colore.
Il cellulare riprese a squillare.
-Signor Campana, guardi,lei è in ritardo,si dia una mossa, o..
Il tram arrivò, aprì le porte. Ma io non salii. Lo lasciai ripartire.
Con voce pacata,risposi. – Io non vengo a nessuna riunione. Non ho intenzione di vendere nessuna merenda spazzatura, non ho intenzione di ascoltare le chiacchiere di voi frustrati,arrivisti,disonesti. Arrivederci,buona giornata.
Poi, prima di attaccare il telefono sulle esclamazioni indignate della segretaria, sorridendo, ragliai.
Così, per scaramanzia.
