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Concorso 2009

Concorso Parole in Corsa GTT

Cinque cicatrici e un coniglio.

di Stefano Perlo

Cinque cicatrici e un coniglio: questo è quello che mi rimane e mantiene vivo il ricordo!

Avevo sei anni. Un pomeriggio di fine aprile, appena tornato da scuola, avevo preso un pupazzo, un coniglio, per andare a giocare dai miei vicini di casa.

I miei vicini avevano tre bambini: Paolo, Enrico e Ilaria. Quel pomeriggio trovai una sorpresa: c’erano anche le cugine dei tre fratelli, Giulia e Chiara. Le cose si prospettavano molto divertenti.

Non ricordo esattamente a cosa giocammo quel giorno, però mi accorsi di una cosa insolita. Nel cortile c’era un intruso, più precisamente un cagnolino. Era il mio piccolo Sponky che mi aveva seguito fin lì. Lui era tranquillissimo, ma non si poteva dire la stessa cosa del cane dei miei vicini. Si chiamava Orso e il nome diceva già tutto. Era un enorme, almeno il triplo di me, Pastore Maremmano rinchiuso in un piccolo recinto in un angolo del cortile. Il fatto di vedere Sponky libero di scorrazzare, lo mandava in bestia e si stava agitando furiosamente nel recinto. Paolo, preoccupato, mi disse di portare Sponky a casa così lui avrebbe lasciato libero Orso per un po’ per farlo calmare.

Allora presi in braccio il mio cagnolino e, con Enrico, ci dirigemmo verso il cancello automatico che era nascosto dietro ad una curva rispetto al recinto. Enrico aveva il telecomando e premette il pulsante per far aprire il cancello. Chissà perché, non voleva saperne di aprirsi. Enrico tentò in tutti i modi, ma senza risultato. Allora io provai a far passare Sponky attraverso le sbarre del cancello, ma non ci riuscì. Poi accadde…

Mi voltai e vidi un’immensa cosa bianca girare l’angolo. Procedeva ad enormi balzi con gran velocità: era Orso. I miei occhi incrociarono i suoi, ed erano iniettati di sangue. Il sole, che stava calando, mi abbagliò con un suo raggio e mi scosse. Il mio braccio sinistro si alzò e mi parò gli occhi dalla luce del sole, mentre il destro rimaneva inerte reggendo il coniglio…

Un grido disumano, d’immenso dolore squarciò l’aria…

Un’enorme bocca piena di denti affilati si serrò attorno al mio braccio sinistro. Un dolore lancinante si diramò da esso, ed io non potei fare altro che urlare, urlare con tutto il fiato che avevo in corpo. Non avevo la forza di reagire diversamente. Orso mi sollevò tenendomi per il braccio, come un pezzetto di carne inerme, e iniziò a sbattermi continuamente sul cemento del cortile. Lasciai cadere presto il mio coniglio.

La nonna e il padre d’Enrico, Paolo e Ilaria, si avventarono su Orso. La nonna lo percuoteva con una pala. Il padre cercava di aprire le mascelle con le mani. Non so per quanto tempo, Orso mi strattonò. Alla fine comunque mi lasciò andare e io caddi definitivamente a terra. Mentre il padre riportava Orso nel recinto e la nonna cercare di calmare i bambini, io mi guardai il braccio. Un ammasso di sangue con delle voragini che penetravano nella pelle e che traboccavano di carne maciullata. Oltre alle urla di dolore, scoppiai a piangere alla vista del mio braccio. Due braccia mi presero e mi sollevarono. Era il padre che mi prendeva in braccio e mi portava a casa.

I miei genitori accorsero in fretta. Con il nostro vicino di casa, entrammo in macchina. Io sedevo in braccio a mia madre sul sedile del passeggero, tamponandomi il braccio con dei fazzolettini. Continuavo a piangere disperatamente, non riuscivo a capacitarmi di ciò che era successo.

Passai quattro giorni ricoverato all’ospedale dei quali ricordo solo poche cose. Un giorno, i dottori mi portarono in una stanza e con le forbici iniziarono a scavare nei buchi del braccio. Altre urla, nuovo dolore e pianto. Mia sorella maggiore apparve sulla porta della stanza. Allora io mi calmai un attimo per salutarla con un filo di voce. Lei scoppiò a piangere e si dileguò.

Dopo i quattro giorni d’ospedale tornai a casa con il braccio fasciato, ma in buona salute.  L’unica differenza da prima erano cinque cicatrici che sono lì ancora adesso e ci saranno  per sempre.

I nostri vicini volevano sopprimere Orso, ma Paolo si opponeva minacciando di suicidarsi. Paolo aveva aperto il recinto pensando che io fossi già uscito dal cancello, in pratica era colpa sua. Alla fine Orso rimase in vita e io vivevo nel terrore a passare davanti al cancello dei vicini. Infine tre anni fa morì.

Il mio coniglio era imbrattato di sangue, ma mia madre lo lavò e tornò come nuovo. Certo, nuovo esteriormente, ma io lo vedo sempre sporco di sangue. Da allora è diventato il mio pupazzo preferito, perché era con me in quel momento d’immenso dolore.

Cinque cicatrici e un coniglio per continuare a ricordare…