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Concorso 2009

Concorso Parole in Corsa GTT

Berlino43

di Luca Ciciriello

Alzo gli occhi e guardo il cielo. Pesanti nuvole si stanno chiudendo sopra di me. Dovrei alzarmi ed andare a casa, tra un po' pioverà. Una persona coscienziosa lo farebbe, ma ormai lo so, io non sono coscienzioso. Qui si sta bene. Seduto su questa panchina, in questa zona del parco non c'è nessuno. E' fresco, c'è silenzio. Ed è proprio questo che cerco quando vengo qui. Silenzio. Se fossi coscienzioso ora non sarei qui. Sarei in un rifugio, in qualche cantina o in qualunque posto sotto terra, per ripararmi dal rumore, per ripararmi dalle bombe. Se fossi coscienzioso, appena suonata la sirena sarei dovuto uscire dal parco assieme agli altri correndo, spingendo, urlando, ma io non sono coscienzioso. Di fronte a me c'è quello che rimane di un piccolo chiosco che riproduceva le fattezze di un tempio greco o qualcosa del genere. Ora è solo macerie. Solo una colonna è rimasta in piedi. È una colonna a forma di statua. Il suo sguardo perso nel vuoto, le sue braccia alzate al cielo per sostenere un peso che ora non c'è più. Forse anche lei, come me, sta ascoltando il silenzio. Anche lei è una sopravvissuta. Figura in un presente che non le appartiene, estranea in questi tempi moderni di progresso. Dopo tutto siamo nel 1943 a Berlino, il centro dell'impero, il centro del mondo. Un rumore tra i cespugli mi distrae da questi pensieri. Non è niente, forse uno scoiattolo. É passato. Di nuovo silenzio. Fra qualche ora farà buio. Sto ancora cercando di convincermi che non dovrei essere qui. Ma c'è silenzio e non può esserci pericolo se c'è silenzio. Chiudo gli occhi e ascolto. Quante cose sa raccontare il silenzio. Se c'è silenzio non ci sono gli aeroplani degli inglesi, se c'è silenzio non ci sono bombe, non ci sono case che cadono come fossero di carta, non c'è gente che urla se c'è silenzio, non c'è gente che piange. Il silenzio ti fa credere che forse le cose brutte non esistono e sono solo io che le sto immaginando. Ti fa credere che dopo tutto il mondo è bello e in un mondo bello non può esserci rumore. In un mondo bello, le statue che alzano le braccia al cielo lo fanno perché forse anche loro sperano in qualcosa e non per reggere l'insostenibile peso del nulla. Mi alzo. Faccio due passi per le viuzze del parco. In lontananza si vedono degli scheletri che una volta erano case. Volto lo sguardo, lo riporto dentro al parco. Mi accorgo che tra le macerie del piccolo chiosco c'è un cespuglio con dei fiori. Non saprei dire che fiori sono, non sono mai stato bravo in questo, ma sono belli, di un azzurro intenso. La brezza serale li scuote di tanto in tanto. Penso e mi chiedo cosa ci facciano dei fiori così belli in mezzo alle macerie. Non è il loro posto. Fisso il mio sguardo sui fiori e mi concentro. Sono sicuro che se li guardo abbastanza a lungo non vedrò più le pietre cadute e bruciate del chiosco. Qui non è il loro posto, e neanche il mio. Dovrei essere con gli altri membri della mia razza. Dovrei essere con loro e fra tutti raccontarci storie che allontanino la paura, come in campeggio attorno al fuoco. Il problema è che dovrei guardarli negli occhi, e di questi tempi nessuno ha più il coraggio e la forza di guardare qualcuno negli occhi. Camminiamo tutti fissando la polvere della strada, coscienti della presenza intorno a noi di altri esseri umani, ma svuotati dalla forza di pensare. Si cammina veloci, tentando di occupare meno spazio possibile, di fare meno rumore possibile, tentando di essere invisibili. Tanti contenitori trasparenti che si muovono per le strade di Berlino in quest'autunno così insolitamente mite. Mi risiedo sulla mia panchina, quella di prima. In tasca ho il libro che mi porto sempre dietro quando vengo al parco e che poi finisco per non leggere mai. Mi sembra di tradire il silenzio che c'è qui se permettessi al libro di parlarmi leggendolo. Comunque mi fa sentire meno solo. Mi fa sentire che io esisto ed altri esistono. È come se avessi l'intera razza umana qui in questa tasca. Oggi decido di aprirlo, leggo qualche riga, ma la mia mente è altrove. Ci riprovo, ma niente, lui vorrebbe raccontarmi la sua storia, ma io non ascolto. Lo richiudo un po' sconsolato e lo rimetto in tasca. Forse è veramente ora che me ne torni a casa. Cosa direbbero gli inglesi se mi vedessero qui? Forse che non sto rispettando le regole: “noi bombardiamo e voi vi nascondete. Voi bombardate e noi ci nascondiamo”. Sì io non sto rispettando le regole, io non mi sto nascondendo. É quasi buio, in autunno la sera dura poco a Berlino e la notte ha sempre tanta fretta di ricoprire tutte queste macerie come si vergognasse di tanta distruzione. Chiudo di nuovo gli occhi concentrandomi ad ascoltare. Non sento arrivare gli aerei. Forse questa sera gli inglesi hanno deciso anche loro di rimanere ad ascoltare il silenzio. Pesanti gocce di pioggia iniziano a colpire violentemente la terra. Alzo la testa e guardo in su. Per una una volta dal cielo cade qualcosa di cui non devo aver paura. Mi lascio scivolare la pioggia (o sono lacrime) sulla faccia. Sto immobile sotto l'acqua. Mi sento bene, non provo tristezza né dolore. Chiudo gli occhi ed ascolto la pioggia. Tutto è bellezza. Ecco, così!