Erano dieci, solo dieci i minuti che servivano per raggiungere il posto di lavoro, calcolando metropolitana e passeggio.
Questo sarebbe stato un giorno come tanti altri, se non fosse stato che quella mattina iniziai la giornata prendendo le scale mobili per il verso sbagliato e qualche centimetro mi aveva salvato dalla porta di vetro trasparente del bar sotto casa, che aveva provato a frantumarsi contro la mia faccia dormiente.
Avevo sonno, usano questa parola quando qualcuno dal suo comodo letto sente suonare la sveglia, e non ha voglia di aprire gli occhi e, quando sembra sveglio si sente come se avesse in testa una centrifuga spenta piena di panni bagnati.
Dopo aver quasi frantumato la porta-vetro del bar e preso le scale mobili per il senso opposto, rischiando cosi per ben due volte la vita alle otto e mezza del mattino, cerco una macchinetta affamata e vi inserisco dentro il mio magico biglietto, e cosi come per magia i vetrini si aprono a scomparsa, lasciandomi passare.
Scendo cosi altre scale, non mobili questa volta.
Mi era sembrata un impresa impossibile quando solo qualche ora prima avevo sentivo gracchiare la sveglia in camera mia, ma ora mentre guardavo con occhio vacuo e diffidente alla mia sinistra vedevo riflesso nel largo vetro della metropolitana me stesso, ed ero seduto.
“Ci sono riuscito”, pensai.
Nel mio viaggio pensavo che quella metropolitana poteva essere quasi più silenziosa della mia camera da letto, certo, se non tenevo conto di una pittoresca signora che tirava fuori pessime battute, come quella sulla fermata “Diciotto dicembre”, le sento dire con un tono pieno di sé: «sarebbe stato meglio il venticinque di dicembre, ahauahuah, almeno era natale, ahuhahuah», dedussi poco dopo che il suo accompagnatore era rimasto a casa quel giorno.
Il mio viaggio del silenzio continuava rilassato, era interrotto saltuariamente soltanto dalla voce elettronica che annunciava sistematicamente le varie fermate, si stava bene, era molto rilassante.
Con un balzo come qualcuno che è vittima di un improvviso spavento, riapro gli occhi, e, no, non era possibile, guardai il mio orologio sperando nel meglio, ma era passata oltre un ora.
Ebbi così uno dei risvegli più veloci della mia vita, mi resi cosi conto del fatto, mi ero addormentato li ed avevo percorso i capolinea in entrambe le direzioni, per più di qualche volta.
Neanche la signora dalla battuta pronta era riuscita a svegliarmi.
In ritardo mi affrettai a raggiungere il posto di lavoro e, giustamente con 38 gradi la mia fronte si sentiva giustificata a fare comparire qualche goccia che scendeva impavida fin sopra il mio naso.
Entrai e mi sedetti al mio posto, timido e impacciato.
Questo che sto per dirvi ora riguarda la mia successiva giornata, tutto si svolgeva secondo il rito sociale quotidiano, ma non rischio la vita questa volta, entro e mi siedo nella metropolitana, guardo nel grande vetro, ci sono e parto.
Seduto nel mio solito posto vedo appeso al poggiabraccio uno di quei giornali gratuiti con le notizie corte come le braghe di un nano, lo apro e inizio a leggere qualcosa, arrivo velocemente alla fine dove vedo la sezione con scritto: “Le foto dei nostri lettori“, si vedono foto bizzarre e di tutti i generi, si, proprio di tutti i tipi, no, può mai essere vero?
La foto che vedono i miei increduli e mattutini occhi è quella della mia faccia stampata in un angolo del giornale, con tanto di testa china che dorme abbondantemente e indisturbatamente, ed io ero seduto li, allo stesso posto, soltanto il giorno prima.
Nonostante avevo la foto davanti non riuscivo a crederci, mi avevano fotografato e messo li, spiattellato la mia faccia in ultima pagina!
L'ironico titolo diceva: “Forse il gruppo trasporti troverà soddisfacente la comodità dei loro posti”.
Stravolto e famoso per un attimo entrai e mi sedetti al mio posto, confuso ma con i panni in testa asciutti.
