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Concorso 2009

Concorso Parole in Corsa GTT

IL SOGNO DEL BARBONE

di Diego Bagnari

Come ogni mattina verso le sei e mezzo Peter aprì

gli occhi e il suo primo pensiero gli apparve sot=

to forma di domanda: ma perché non sono morto duran=

te la notte? Sentiva spesso notizie di altri barboni

come lui che morivano durante il sonno e li aveva

sempre invidiati. Passare dal sonno alla morte, che

bellezza! Forse poteva anche succedere durante un

sogno, si diceva spesso Peter, e quello sarebbe stato

davvero il massimo, ma a lui sarebbe bastato riuscire

a morire senza dover aspettare quel momento con gli

occhi spalancati a fissare il soffitto di un ospeda=

le o quello pieno di cavi di acciaio della stazione

dei treni. Un suo amico, Pino, era morto proprio

così soltanto qualche settimana prima, e la cosa

l'aveva particolarmente toccato. Come tanti altri

barboni, Pino, che da giovane aveva fatto il pugile,

anche con discreti successi, dopo un periodo di forte

depressione aveva abbandonato la famiglia e aveva de=

ciso di vivere in strada. Da parecchi anni dormiva

accucciato su dei cartoni alla Stazione Centrale

di Torino Porta Nuova e fu proprio lì, alla stazione

che Pino, ex pugile, era morto solo due domeniche

prima, mentre dagli autoparlanti una voce metallica

ricordava ai passeggeri che mancavano solo pochi

minuti alla partenza dell'Interregionale Roma-Padova.

Peter si sollevò e si sedette sulla panchina. La testa

era un alveare di api impazzite e una forte fitta

alla schiena lo obbligò a rimanere piegato da un lato

per qualche minuto. Il risveglio era per Peter il

momento più duro di tutta la giornata.Doveva richiamare

a sé quel poco di forze che gli rimanevano e riuscire

a sconfiggere quel battaglione di pensieri velenosi

che appena apriva gli occhi lo trascinavano verso

luoghi bui e micidiali. I sogni generalmente lo por=

tavano a vivere una vita completamente diversa, una

vita dove lui, Peter, era un uomo rispettabile, pieno

di vita e di idee, ma al risveglio doveva, che lo volesse

o no, fare i conti con la sua vera identità. O con quello

che ne rimaneva. Cercò di alzarsi ma ricadde stremato

sulla panchina. Presagiva che non sarebbe stata una

giornata facile. Faceva un freddo boia, paralizzante, ma

 

 

la cosa peggiore era quel senso di vuoto e di irrealtà

che lo circondava. Quasi come un.... Sì,come un sogno!

Si guardò intorno e quello che vide non gli piacque per

niente. La piazza era completamente deserta, non c'era

una sola persona, nè cani, nè colombi. Niente! Guardò

sotto i portici, nelle strade che costeggiano la piazza

e anche lì stessa storia. Tutto era avvolto da una miste=

riosa immobilità, solo la sua presenza sembrava stonare

in quel quadro. E il silenzio! Un silenzio totale, di=

sarmante. Peter ebbe paura. Si alzò nonostante il dolo=

re alla schiena fosse insopportabile e si diresse a picco=

li passettini verso la fontana.Il getto d'acqua fece un

rumore che echeggiò nella piazza intera. A Peter vennero i

brividi.Mise le mani a forma di coppa e avvicinò la testa.

L'acqua era gelida. Ripeté l'operazione più volte sempre

con gli occhi chiusi,con un gelo nello stomaco che non ri=

cordava d'avere mai provato. Poi aprì gli occhi e lo spet=

tacolo che aveva di fronte non lasciava spazio ad alcun

dubbio: o era impazzito o quello non poteva essere niente

altro che un sogno.Il colore dei palazzi ottocenteschi che

delimitavanola piazza era diventato di un rosso porpora,

il cielo,verdino con delle sfumature di viola e al centro

della piazza vide una cabina telefonica di stile inglese,

con le pareti fatte di piccoli vetri quadrati. A Peter ri=

cordò qualcosa.Dove l'aveva già vista? Mentre si avvicina=

va,con passettini corti e doloranti e gli occhi fissi sul=

la cabina, sentiva di essere vicinissimo a un qualche

tipo di rivelazione. Mancavano pochi passi ormai quando

Peter sentì una voce che lo chiamava dalla parte opposta

della piazza.

Un uomo con una folta barba grigia e un cappotto dello

stesso colore,lo stava salutando con il palmo della mano

aperto che si muoveva come al rallentatore da una parte

all'altra.Malgrado Peter non avesse mai visto quell'uomo,

quella figura immobile gli parve tutto a un tratto immen=

samente familiare,immensamente vicino a lui. Sollevò a sua

volta la mano e per parecchio tempo i due uomini rimasero

così,con le mani sospese nell'aria in gesto di saluto.

Col cuore pieno di mistero Peter credette di salutare

se stesso.

Alle nove di quella stessa mattina, un'autoambulanza si av=

vicinò con le sirene spente e a grande velocità verso Piazza

San Carlo.Già da lontano, ancora prima di scendere, nono=

stante i soliti curiosi stessero circondando il corpo, i

due paramedici lo videro sdraiato sulla panchina, con la

bocca spalancata, come chi viene colto da un improvviso e

incontenibile stupore. E' un barbone, disse uno sottovoce.

Deve essere morto durante il sonno, rispose l'altro.

Già, e a grandi passi si incamminarono verso la panchina.