La nostra è stata una storia di numeri. Di numeri di pullman e di tram. Il 63 o il 4 da casa mia, in centro, a casa sua in zona Torino Sud. Il mio principe abita lì. Ovvero abitava lì. Adesso quando dobbiamo scendere con i mezzi in centro Torino dobbiamo aspettare un pullman: il 30 che scende dalla collina, ma per arrivare alla fermata ci facciamo a piedi la strada sterrata col caldo e la polvere. Noi abitiamo lì da luglio.
E’ diventato noi da quando non ci sono più il 63 o il 4. Il 63 e il 4 mi stanno simpatici. Sarà che mi ricordano i tempi dell’Università, quando erano il mio tramite tra la stazione di Porta Nuova e l’ Ateneo. Tutto andava bene fino alla scorsa estate: il 63 o il 4 filavano avanti e indietro con i miei manicaretti, il suo mazzo di rose rosse e girasoli, le mie lettere, i suoi “attrezzi” per le mille avventure sportive in cui mi ha coinvolto e mi coinvolge. Sì, sì, sì, sempre di più.
Una volta il principe ha portato sul 4 un ficus alto due metri, uno identico l’ha comprato anche per lui. Adesso i due vivono vicini in giardino. Nel nostro giardino. Nel posto incantato che è venuto a noi velocemente dopo la confusione che è nata quando abbiamo cambiato mezzi di trasporto. Sì perché ad un certo punto c’ è stato il caos fra noi. Lui ancora legato ad una musica lontana… che è venuta fuori così: come il lupo per Cappuccetto Rosso, come la mezzanotte per Cenerentola, come la Matrigna per Biancaneve.
Lui non sapeva più e ha preso un aereo per andare a verificare quel richiamo di una conoscenza di anni prima, di una storia fatta di chiamate, di un legame che io non sapevo, che mi aveva taciuto. Lui, il principe dagli occhi dolci, mi aveva tradito.
La sera prima di quel volo, in una sera d’estate mentro passeggiavamo in Via Garibaldi e dopo aver bevuto qualcosa di forte nella Torino “parigina” del Quadrilatero, ho trovato il coraggio di dirgli addio. O forse era un disperato e dignitoso arrivederci.
Ci siamo dati appuntamento 120 giorni dopo. Ci siamo promessi quei 120 giorni senza sentirci, vederci, senza sapere nulla l’uno dell’altra.
Un appuntamento per quel legame che ancora ci sentivamo. Uniti al centro della terra, aveva detto il principe.
Entrambi sapevamo che avremmo davvero lasciato quei 120 giorni fra noi. Nessuno dei due sarebbe mai venuto meno a quella promessa. Per orgoglio o semplicemente perché saremmo stati troppo occupati.
Io impegnata a buttarmi sulla vita per non affondare. Andavo a piedi a Porta Nuova in quei 120 giorni per prendere un treno o per accogliere un treno. Anche io ho avuto una storia mentre il Principe verificava il suo passato.
Un incontro casuale, una sorpresa dal cielo per una signorina tradita e disperata. Il principe mi appariva di notte per ricordarmi che esisteva. Di giorno non più. Non volevo pensarci. Non volevo più neanche scrivere di lui. Gli avevo dedicato troppe pagine bagnate di lacrime.
Poi ho fatto trasloco. Un faticosissimo trasloco da sola, in agosto, aiutata solo dalla mamma. Nel frattempo è arrivato il centodiciannovesimo giorno. Avevamo già definito posto e ora. Il 18 ottobre. Da me. Alle ore 20. Ho dovuto chiamarlo. Per dirgli di lasciar perdere il 63 o il 4 ma di informarsi da casa sua per Piazza Statuto quale fosse il mezzo migliore. Mi ha risposto che adesso aveva uno scooter e che si muoveva con dimestichezza nel traffico cittadino. Ho pensato due cose: che la sua voce continuava a far suonare una nota profonda dentro di me e che le cose cambiano rapidamente: il 63 e il 4 erano il passato; sulle nostre labbra se ne era appoggiate altre.
Il futuro era lì, figlio del passato, ma ancora sconosciuto a se stesso, ancora rimandato all’attimo in cui i nostri sguardi si sarebbero incrociati…
Sto aspettando il principe che arriverà illuminandomi con il suo splendido sorriso. Adesso c’è il 30, c’è il divanone da cui si vede il giardino, c’è il cane.
Insomma è una banale storia a lieto fine. Per quanto possa essere banale far prevalere l’amore all’orgoglio ferito. Praticare il difficile mestiere del perdono.
