E’ piovuto per tre giorni, le pozzanghere ristagnano in ogni buca d’asfalto, grigie e melmose come piccoli stagni di città. L’autista del bus ha l’aria stanca, forse ha guidato per tutta la notte.
“Scusi, dove devo scendere per prendere il metrò?”
“Scende al capolinea, lì c’è la stazione.”
Non muove le pupille ma è vivo, parla. Meno male, un robot alla guida mi sconvolgerebbe.
Una donna indiana con una bimba in braccio mi invita con la mano cedendomi il posto. Faccio un sorriso per dirgli il mio grazie. Lei ricambia. La bimba dorme. Ha capelli scuri ed un grosso pallino nero disegnato in centro alla fronte.La donna ha unghie decorate con fiori dorati e un piercing arabescato sul naso. Una bellezza avvolta nelle tradizioni della sua terra, orgogliosa e fiera. Ammiro la sua forza, il suo non plasmarsi, il non tentare di mutare aspetto come un camaleonte che si mimetizza in ogni ambiente, rendendosi invisibile. E’ un pezzo di India incastonato in questo bus, progenie di un popolo forte che confonde col suo sguardo scuro ed acuto che penetra l’anima. Scende e si allontana sul marciapiede con l’andatura lenta e le stoffe arancioni che lambiscono il selciato. L’indolenza del passo, cela il suo rimpianto. Lei si volta di colpo e, portandosi la mano alla fronte, mi saluta. Tutto ricomincia a scivolare più veloce mentre riprende la corsa. Persone che scendono, altre che salgono. L’anziano dietro di me ha una mascherina. Sento il suo respiro pesante attraverso l’ovatta pressata. E’ salito alle Molinette, forse arriva da qualche terapia. Ha il viso lievemente giallognolo e le mani smagrite e rugose. Lo sento tossire ed Intravedo il suo sguardo acquoso, inabissato in questo rumore ma che sembra già appartenere ad un’altra dimensione.
Ragazze marocchine con i loro foulard cianciano in arabo. Vestiti grigi e lunghi ne nascondono ogni forma. Una rimane in disparte, dietro di lei, un tipo alto e scuro. Lei tiene lo sguardo basso. Il ragazzo è irritato se le sente ridere più forte. Nell’aria il vago palpito di una cultura che vuole dominare e sottomettere in una città che arranca sotto i vestiti di queste donne tentandole come il serpente nell’Eden. Lotte celate in questa moderna Babele. Parole taciute, sguardi trafitti da odi e rancori, rimorsi e rimpianti, dolore e lontananza, intessuti con gli odori sciolti nelle sfumature di queste carnagioni, sui vestiti grigi ed arancioni, su chi viene, chi va e chi rimane. Qui seduta mi sento una donna senza confini, confusa nel mondo dalle mille etnie ed in balia di sconosciuti idiomi.
“Posso?”
Una donna anziana fa cenno al posto accanto al mio.
“Certo….si sieda pure…”
Ha un berrettino bianco di macramé incollato alla testa, una fattura pregiata ed antica, molto sottile, ma fitto.
“Meno male, ha smesso di piovere! Non se ne poteva più vero?”
“Eh già – rispondo io – veramente, ancora un po’ e si andava a pesca nei cortili…”
“Torino non è il Sud….”
“Da dove arriva lei?”
“Io sono siciliana, ma sono ormai cinquantanni che vivo qui. Mi piace il Piemonte sa? L’ho amato da subito. Mio marito è un piemontese doc. Quando mi ha portata qui, i parenti non l’hanno presa molto bene. All’epoca c’erano persino i cartelli “Non si affitta ai meridionali”.
“Scherza spero..”
“No, affatto. Ogni era ha avuto il suo capro espiatorio, un popolo da schernire o da distruggere. Ogni dittatore lo ha fatto, e, mi creda, a casa sua ognuno di noi un po’ dittatore lo è! Resta il fatto che questa città l’ho amata subito, come la sua gente. Gran lavoratori, un po’ freddi e taciturni, ma gente che sa essere amica per davvero.”.
“Ma come ha potuto integrarsi così bene? Arriva da una terra dove gli abitanti sono praticamente l’opposto! Il sud è sole, mare e caldo. Io che sono nata qui avrei voluto case bianche, vento, il profumo del mediterraneo ed il verde delle agavi, invece di nebbia, freddo e spesse mantelle di panno sulle spalle, una vera tragedia.”
La donna ride di gusto, aggiustandosi il berrettino.Mi porge la mano.
“Piacere, io sono Giogi, una miscelanza di due nomi per farla più breve.”.
“Io sono Mari, un nome corto, per non farla lunga.”
Ridiamo, qualcuno ci guarda con un sorrisetto eclissato fra le rughe. Manca poco al capolinea. Giogi narra qualche frammento della sua vita, il figlio avvocato, la figlia insegnate ed i nipoti che crescono. Negli occhi ha l’orgoglio materno che brilla come un diamante. Si sfiora la nuca e mi fissa negli occhi.
“Ho finito ieri l’ennesima chemioterapia, ma oggi passeggerò nella mia Torino gustando ogni frammento di muro, ogni spigolo, ogni spazio, ogni piazza. Berrò un caffè in piazza San Carlo ricordando un giorno lontano, un vento forte ed un cielo lucido e brillante come seta azzurra. Avevo un grande cappello di paglia che giocava con le ombre sopra il mio viso, un vestito bianco fermato in vita con un grande cinturone e la vita davanti. Ero felice, come oggi, davvero.”.
Gusto la sua gioia interiore che le si disperde sul volto e fingo di non aver colto la sua verità, per non rubarle nulla di questo momento e non farla tornare al giorno prima.
“Anch’io sono felice oggi Giogi. Ho vinto un concorso letterario, il primo in vita mia. Mi pubblicano un libro, piccolino, ma per me è un grande sogno che si avvera.”
“Un libro? Ma davvero? Oh che bello! Io adoro leggere. Divoro libri, di tutto e di ogni genere. Vorrei tanto leggerlo il suo libro…dove lo posso comprare?”
“Veramente ancora non so se lo metterò in vendita. Non scrivo per guadagnare, scrivo per diletto, per passione, per vivere la vita che a volte non ho…”.
“Se le lascio il mio indirizzo, me la spedisce una copia?”
“Ma certo!”
Ecco il capolinea. Scendiamo fermandoci ancora a parlare. La invito per un caffé, ma il lucido lastricato di Via Roma già l’affascina e la rapisce. Ci stringiamo la mano, un timido abbraccio, io vado verso il metrò, lei sparisce sotto i portici, mentre il sole gioca sul bianco del suo berretto di macramé che nasconde un ieri che, per incanto, oggi non c’è.
