Scendeva il sole sul fascio luminoso di binari, e gli ultimi raggi accendevano le rotaie di fiammate d'oro e di rubino. Dietro le tramogge, alle spalle delle carovane di carrozze in silenziosa attesa d'essere ricomposte l'indomani per un nuovo viaggio, nel penultimo binario tronco a due passi dai muraglioni stinti della vecchia acciaieria, stava il vecchio treno.
Era una notte triste, di pensieri e ricordi, per il vecchio treno. Lo aveva capito dagli sguardi dei tecnici che erano venuti a vederlo. Demolizione. Sentenza definitiva, senza appello.
Demolizione, dopo undici anni di abbandono su quell'obliato binario tronco, costretto a sopportare l'ingiuria delle erbacce che crescevano attorno ai possenti carrelli motori; undici anni di vane speranze che si potesse respirare ancora l'odore vivace delle stazioni.
Sessantasei anni prima aveva saggiato per la prima volta il fascio parallelo di rotaie in un mondo completamente diverso, quando ancora le vecchie matriarche sbuffavano nuvole di carbone, e l'aereo non se la rideva spavaldo da sopra le nuvole.
Era ammirato e celebrato, allora; l'avevano costruito per essere il più confortevole e soprattutto il più veloce di tutti. E lo era davvero. Ricordava le galoppate sui rettilinei della pianura, col vento fresco sui fanali e lungo la cassa d'alluminio, con i contadini che alzavano lo sguardo sentendolo arrivare. Perché aveva anche una sua voce: Shiiuuumm. E quando la sentivano, tutti avevano giusto il tempo di cercarlo con gli occhi, che lui era già transitato.
Alle stazioni cineprese e fotocamere avevano immortalato le sue lamiere lucide, e i sedili di velluto avevano ospitato presidenti e capi di governo, ambasciatori e industriali; una parte della Grande storia era passata sulle sue spalle.
Ma ogni cosa era destinata a cambiare. Sulle pensiline avevano cominciato ad apparire treni più moderni – e soprattutto più veloci. Sentiva che lo sbeffeggiavano fischiando in uscita dalle stazioni, e lo chiamavano già “nonno”. Un giorno infine fu trasferito su una linea secondaria. I passeggeri non erano presidenti e ambasciatori, ma contadini, impiegati e studenti; e la velocità era così bassa rispetto alle sue capacità che ogni tanto il morale gli scendeva sotto le ganasce dei freni. Addio shiiuuumm, addio galoppate nel vento.
E poi, la fine. Un cattivo giorno – nevicava finemente – nessuno era passato per metterlo in moto e spostarlo dal fascio di smistamento. Due mesi più tardi lo avevano congedato su quel binario tronco, dimenticato da tutti, dove stava adesso.
Il vecchio treno guardò la luna che sorgeva sui tetti della città. Sui binari di corsa transitò il solito notturno. Shoooaaaammm. Che rumore grezzo e spiacevole facevano i treni d'oggi!, pensò il vecchio treno. E lui invece stava per fare il suo ultimo viaggio.
Pregò la luna che non finisse così, che ci fosse ancora speranza per un vecchio treno come lui. E pianse, pianse come un treno può fare, gemendo nelle lamiere stanche.
La luna gli si fece intorno, e iniziò a cantare dolcemente. Era una canzone che il vecchio treno non aveva mai sentito, un suono più bello di tutti quelli a cui era abituato. Sentì i suoi generatori sciogliersi di commozione e una nuova energia pervadergli i sistemi elettrici. Si scrollò di dosso le importune erbacce, e a fari spenti abbandonò il binario tronco, scivolando via dal fascio di smistamento nell'aria imbevuta di sonno e di stelle.
E mentre la luna cantava, e riempiva del suo canto le menti travagliate degli uomini, il vecchio treno si sentiva leggero leggero. Sempre più leggero. Così leggero che a un punto le ruote scintillanti non fecero più presa sul binario, e la massa d'acciaio si sollevò in cielo, sorvolando i tetti oscuri e le capienti volte della stazione centrale.
Da allora del vecchio treno non si seppe più nulla. Anche se c'è chi giura che, tendendo l'orecchio alla luna durante le notti più limpide, si possa udire distintamente un suono che riecheggia tra i crateri e le pianure scintillanti. Shiiuuumm.
Concorso 2009
Concorso Parole in Corsa GTT
Il vecchio treno
di Davide Arminio
