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Concorso 2009

Concorso Parole in Corsa GTT

ERASMUS LIFE

di Marta Abate

Torino, nel caldo afoso di metà agosto. Stazione del treno, un treno che parte per il mare, per casa, una partenza molto commediaromanticaHollywoodiana di una coppia abbracciata sul binario, l’abbraccio prima di una lunga separazione, una partenza di sei mesi. C’è una valigia e tu che sali sul treno e lui che dal binario ti prende le mani attraverso il finestrino e ti guarda negli e lo guardi negli occhi eccetera (Manca il sottofondo di violino immancabile nella scena d’addio in ogni kolossal che si rispetti, ma pazienza).

Il treno parte. Respiro profondo, e vai a sederti al tuo posto.

 

 Tra 15 giorni a partire per l’erasmus non sei tu.

E’ lui.

Settembre, ottobre, novembre, dicembre - lui torna per Natale - gennaio, febbraio - lui torna definitivamente – marzo, aprile - tu lo lasci - fai la domanda erasmus - maggio, giugno, luglio, agosto, settembre.

 Tra 15 giorni parti tu per l’erasmus.

Di sicuro non parte lui, perso chissà dove nei mesi passati, né nessun altro conosciuto.

E’ che sembra sempre che capitino a qualcun altro, queste cose, tutti gli altri che ti raccontano i loro erasmus, le loro feste, quanto si sono divertiti, quanto è stato bello, quanto quanto quanto, come si potesse quantificare, un viaggio, si potesse  dargli un’unità di misura e misurarlo a peso.

 

 Già il peso. Hai 20 chili di bagaglio a disposizione.

Cosa far stare in 20 chili di valigia?

“L’essenziale è invisibile agli occhi” diceva il Piccolo Principe.

“L’essenziale sono 20 chili” dice Ryanair.

La quale probabilmente non hai mai considerato lo studentello che non sa cosa portarsi dietro per 6 mesi all’estero.

E, davanti all'armadio aperto, il tradizionale interrogativo da saggezza della nonna:

Farà caldo, farà freddo?

Domanda scema; in Inghilterra

fa freddo.

In Inghilterra piove sempre.

In Inghilterra c’è un tempo di schifo.

 

Ladies and gentlemen we inform you that we are landing at

Birmingham Airport.

Al nastro delle valigie pregando che il tuo bagaglio non sia andato perso come quella volta a Praga: per dieci giorni hai dovuto vestirti coi vestiti di lui, che però ha 10 centimetri e 20 chili in più di te e dovevi legarti sempre qualcosa in vita per evitare che i pantaloni cadessero lasciandoti in mutande, e indossare le sue magliette, così larghe che addosso a te davano l’impressione che sotto ci potesse essere qualunque cosa e pigliarti le occhiate di sufficienza dei portieri dell’ostello verso la ragazza che evidentemente non sa vestirsi.

Poi è arrivata la valigia e ti sei vestita con la tua taglia, ti sei truccata, messa una gonna e sei scesa nell’atrio: ti hanno guardato come non ti riconoscessero, con altri occhi, davvero altri occhi…

Uomini.

 

Trovata la valigia, trovata anche Valeria, la ragazza della tua università con cui ci si era date appuntamento in aeroporto.

Adesso: arrivare all’università. Navetta-treno-autobus con tutto il bagaglio in spalla.

Sudore sudore sudore…

 

     E sul treno avevo come l’impressione di attraversare il nulla, quel paesaggio era così completamente anonimo e sconosciuto per me, e dunque non era nulla, se è vero che le cose sono qualcosa solo quando dicono qualcosa a noi, quando hanno o hanno avuto o promettono di avere un qualche rapporto con noi, di creare un filo con il nostro mondo interiore.

E poi sull’autobus iniziare a entrare dentro il paesaggio, ‘ché con il treno vedi prati prati prati e solo uno striscio delle città, e invece con l’autobus gradualmente, discretamente come si entra in casa altrui, penetrare sempre più a fondo fino alla quotidianità dell’ospite, passare dall’ingresso e dall’immagine di facciata del salotto buono alla sincerità della cucina, al disordine della camera da letto.

Osservavo le strade, le vetrine, le persone e la differenza nel loro modo di vestire, come a casa quando mi chiedevo, di quello fermo al semaforo, “chissà a cosa sta pensando”, ma stavolta qualunque cosa fosse la stava pensando in una lingua diversa dalla mia. E ho visto una ragazza bionda con un cappotto e un caffè di Starbucks in mano entrare in un portone, ho iniziato a fantasticare su quale fosse il suo nome, il suo lavoro, chi altro abitasse in quella casa, se in questo momento stessero studiando o cucinando.

Era evidente, con le nostre valigione, che eravamo appena arrivate, in mezzo a tutti che salivano e scendevano con la completa familiarità del posto, con la sicurezza dell’abitudine dove per noi era l’insicurezza della novità.

E di colpo siamo arrivate e non c’era più nella mente la fantasia di cosa sarebbe stato, di colpo c’era solo la realtà, quella di un posto non conosciuto dove tutto già funziona e gira anche senza di te.

Nell’atrio senza nessuno che ci spiegasse nulla sono apparse due squisite ragazze per proporsi di accompagnarci  dove le nostre camere sarebbero state situate, nel palazzo a fianco come all’inferno, potrebbero guidarci ovunque che in questo momento è lo stesso per noi.

Io e Valeria siamo alloggiate ai due lati opposti del campus, ognuna vi si avvia coi 20 chili di trolley rotolante, 10 di bagaglio a mano, le 3 ore di viaggio sulle spalle e una delle due angeli custodi.

Dunque tocca separarsi, ognuna verso l’universo sconosciuto della propria residenza, il misterioso microcosmo che dovremmo cercare di addomesticare. Ognuna è da sola per davvero, adesso. Buona fortuna.