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Concorso 2009

Concorso Parole in Corsa GTT

Una storia sbagliata (Omaggio a Fabrizio De André)

di Sara Favotto

E’ stata una storia sbagliata, sin dall’inizio.

 

Non ho mai visto il mare ma è come se fosse sempre con me.

I miei momenti di dubbio e di sconforto sono contrappuntati dal rumore delle onde, agitate dalla burrasca.

I miei pensierosi silenzi sono accompagnati dal dolce infrangersi della risacca.

Il buio che spesso mi avvolge è stemperato dalle sfumature delle sue acque, accarezzate dal sole.

L’odore del legno invecchiato, emanato da questa scrivania, che accoglie e custodisce le mie carte, è cancellato dal penetrante profumo di salmastro.

Non ho mai visto il mare eppure è dentro di me.

Ancestrale ricordo del luogo dove venni concepita?

Forse.

 

E’ stata una toccata e fuga la mia presenza a Sant’Ilario. Anzi, la mia presenza non fu neanche lontanamente sospettata dalle poche anime di quel paesino raggiungibile attraverso una serie di ripide creuze.

Concepita a Sant’Ilario. Nata a San Giacomo, un paesino che si allunga placido sulle distese verdognole ed acquitrinose della Pianura Padana.

 

Mia madre lasciò Sant’Ilario quand’era al terzo mese di gravidanza. Così com’era arrivata. In treno.

Nel paesino di Sant’Ilario, l’arrivo di una foresta aveva suscitato non poca curiosità.

“Chi è?” era la domanda che correva di bocca in bocca.

“Dove vive?” … “Ha preso casa in Via Bonanno”.

“Con chi vive?” … “Con tutti e con nessuno”.

“Di che vive?” … “Di passione”.

Poi successe che così com’era apparsa, dovette scomparire.

Per il quieto vivere, fu la motivazione che prevalse su tutte, quando cercai d’indagare sui motivi della sua partenza.

Il quieto vivere di Sant’Ilario, di mia madre e di conseguenza della figlia che sarebbe di lì a poco nata.

 

Mia madre, una volta nata, mi affidò alle cure di una coppia di contadini del paese di San Giacomo.

Il suo cuore le suggeriva che quella famiglia avrebbe potuto offrirmi quella sicurezza, quella serenità che il suo spirito zingaresco non poteva garantirmi.

Così lasciò che fossero le acque ferme di quella terra a cullarmi. Lei riprese il suo viaggio, come un’onda nel suo eterno movimento di andata e di ritorno.

Le visite di mia madre diradarono, sino a esaurirsi, quando io non avevo ancora compiuto sette anni.

 

I miei problemi con la famiglia iniziarono proprio in concomitanza con la scomparsa di mia madre.

Una volta che quella protezione a distanza era venuta a mancare era molto più semplice poter considerarmi per quello che ero sempre stata considerata: merce a disposizione di chicchessia. Padre compreso.

 

Non fu necessario parlare, denunciare.

La maestra lo lesse nei miei occhi, spaventati e persi, nei miei tormentati silenzi.

Di nuovo, per il quieto vivere, fui costretta a traslocare dalle cose, dalle persone, dai luoghi.

Per evitare uno scandalo, fui rapidamente allontanata da quella famiglia e messa in collegio.

Entrai in istituto quando non avevo ancora sette anni. Ignara del fatto che quella sarebbe stata la mia casa, la mia famiglia fino ad oggi.

Oggi, per la prima volta, dopo undici anni, lascerò alle mie spalle questo portone.

 

La corriera percorre lunghi tratti di strada pianeggiante senza incrociare viso d’uomo.

Poche fermate mi separano dalla prima tappa di questo viaggio a ritroso nella mia storia.

La cascina di San Giacomo, che mi ospitò, la si riconosce già in lontananza, essendo l’unica ad ergersi su un piccolo dosso che le consente di predominare sulle dimore circostanti.

Uno stato di agitazione incontrollabile mi assale quando lentamente percorro il vialetto sterrato che fronteggia il cancello d’ingresso, in ferro battuto oramai dilaniato dalla ruggine.

A passi lenti, si delinea una figura di donna piuttosto appesantita.

Ci guardiamo: la gola secca, immobili.

 “Sei tu … come stai?”

Queste sono le prime parole pronunciate sotto voce …

Le parole vergognose di una donna, anche lei vittima di una storia sbagliata.

Quella che l’ha legata ad un uomo-tiranno prepotentemente impostole.

Ci ha pensato il caso a mettere fine a tanta sofferenza: una mattina della scorsa estate il nostro padrone è rimasto vittima di un incidente stradale. Investito su una di quelle polverose stradine che attraversano la campagna.

 

Quasi barcollante e confusa risalgo sulla corriera.

Oggi, per la seconda volta nella mia vita, salirò su un treno.

Direzione Genova Nervi.

Quindi prenderò un minibus.

Direzione Sant’Ilario.

La stazione è stata soppressa negli anni ’70. “Troppo vicina allo scalo di Nervi e poco trafficata”, dissero a giustificazione.

 

Questa è la seconda tappa a ritroso della mia storia sbagliata. Forse l’ultima.

 

Oggi, per la prima volta nella mia vita, VEDO, SENTO il mare con TUTTI i miei sensi.

M’inerpico per una delle creuze: sono così sopraffatta da tutto quello che vedo che non mi rendo conto dell’impegno muscolare che il sentiero che sto percorrendo richiede.

Il sole che mi riscaldava questa mattina lo ritrovo illuminare i viottoli, i muri della parrocchiale, della chiesetta di San Nicolò, le lapidi del Cimitero.

Questa lapide.

Inginocchiata, poso una rosa sulla bianca pietra che accoglie ciò che resta di una donna generosa e passionale, di una madre.

Anche una storia sbagliata può avere una fine o un nuovo inizio.

La mia storia sbagliata finisce oggi, da dove era iniziata.

Da Sant’Ilario.

Ciò che resta di quella donna che tutti chiamavano bocca di rosa da oggi non sarà solo una lapide ingentilita da un fiore.

Da oggi, sarò io.

Sua figlia.