Suona la sveglia. Let it be. La mia canzone preferita, amata ogni volta che l’ ho ascoltata. Odiata quella gelida mattina alle sei e quarantacinque.
Quel giorno tutto sarebbe finito: futuro, progetti. Tutto sarebbe finito.
Mi alzo con gli occhi mezzi chiusi, incollati. Probabilmente per le lacrime versate fino alle tre di notte. Mia madre mi urla che è tardi, mio padre si sta facendo la barba. Sembra una mattina come tutte le altre. Mi divoro dieci, undici Gocciole. Dicono che nei momenti di difficoltà la gente mangi di meno. Un paio di mie amiche ad esempio dopo aver rotto con i loro ragazzi hanno perso una quantità spropositata di chili.
Roberta è persino riuscita a diventare anoressica.
Io di chili non ne riesco a perdere mai e nei momenti difficili tendo ad ingozzarmi il doppio.
Ma tanto ormai non importa più.
Mi infilo i miei jeans scoloriti, gli stivali scamosciati neri, t-shirt bianca e maglione grigio. Sopra l’enorme sciarpa viola che mi ha regalato Michela, questo ovviamente prima che litigassimo a morte, e il giaccone nero, quello da alte quote visto che fuori ci saranno meno dieci gradi. Esco con il mio zaino rigorosamente granata e sbatto la porta di casa sentendo mia madre che mi urla che non ci sarà a pranzo. Che novità! Come se non lo sapessimo tutti che lei e il suo “amico” Gianni si vedono molto spesso nella pausa pranzo.
Comunque ce la faccio ad arrivare giù in strada e a raggiungere la fermata del 23. A quel punto inizia l’attesa, purtroppo non solo del pullman, ma anche di Naomi. Arriverà a momenti, con libro e quaderno degli appunti già nelle mani congelate, tesa come un corda di violino. Inizierà a dirmi che non sa niente, che ha potuto studiare “solo” sei ore e che prenderà sicuramente un cinque. Eccola, arriva. Mi fa incazzare più del solito. Primo perché io davvero stavolta non so niente e secondariamente perché quell’insufficienza non sarà poi così importante nello scenario della mia vita, purtroppo non ci potrò dare valore.
Superiamo il viaggio, mi viene mal di testa a forza di sentirla ripetere ma almeno assimilo passivamente qualcosa su Eschilo e la tragedia.
Otto e un quarto: iniziano le lezioni. Raggiungo il mio banco in terza fila sotto le taglienti occhiate di Michela, Rebecca e Claudia. E’ sempre così da un po’ di mesi a questa parte, dalla litigata di Pisa.
Ma tanto ormai non importa più.
La prima ora di matematica passa in fretta, amo questa materia: è ordinata, perfetta, è così scientifica. E’ decisamente meglio di chimica e fisica. Ti dà più libertà: con essa puoi costruire tu le tue strutture, non sei necessariamente legato alla natura. Vorrei tanto iscrivermi a matematica il prossimo anno; ho sentito dire che danno degli incentivi alle donne che si iscrivono alle facoltà scientifiche.
Ma tanto ormai non importa più.
La mattinata procede monotona. Nell’intervallo mangio un’ arancia. Vitamine.
Finalmente suona la campanella dell’una e mezza. Metà giornata è andata. Esco e vado a prendere il pullman, c’è un traffico micidiale e il viaggio dura circa un’ora. Da una parte mi sento protetta in questo luogo così impersonale. Nessuno mi conosce, nessuno sa il segreto che mi porto dentro, nessuno mi giudica perché nessuno mi calcola. Sono un pallino incolore in mezzo a tanti pallini incolori. Forse tra questi pallini ce n’è qualcuno colorato, qualcuno particolare, ma tanto non lo sapremo mai, perché se anche sei colorato non ti calcolano lo stesso, non sei lo stesso nessuno nel mondo di oggi. A meno che ovviamente tu non sia figlio o parente di un pallino nero, allora ce la farai in ogni caso.
Finalmente arrivo a casa, mangio le lasagne di ieri sera scaldate nel microonde, piuttosto schifose. Poi mi butto sul divano, vorrei non pensare, lo vorrei tanto. Ma non ci riesco. Provo a guardare un po’ di tivù, poi ad ascoltare un po’ di musica. Provo addirittura a leggere un po’ di Wilde e a fare una versione. Tutto con pessimi risultati. Chiamo Sofia, la migliore amica di sempre. L’ ho detto solo a lei. Ne parliamo. Pensavo di sentirmi meglio dopo, ma non è affatto così. Provo l’ultima spiaggia: una sigaretta. Odio il fumo e chi fuma ma dicono che faccia stare meglio. Vado a prendere una Lucky dal cassetto della biancheria di papà. Pensa ancora che non sappiamo che fumi e che le tenga lì. Un tiro, disastroso. Non so nemmeno aspirare quindi tossisco per mezz’ora. Concludo che sono proprio degli idioti quelli che fumano.
Arrivano, le sette e mezza arrivano. A quell’ora rientrano i miei dal lavoro. Mi lavo i denti, mi do una pettinata. Mi siedo sul divano come un condannato a morte prima di salire sul patibolo.
Eccoli, frustrati come ogni sera. Probabilmente hanno appena litigato in macchina. Ma non mi interessa. Tiro dritto con il mio piano. Stasera mi devono ascoltare. Stasera devono rivolgere tutte le loro attenzioni a me. Li faccio sedere sul divano e mi siedo sulla poltrona davanti a loro. Sto per farlo, davvero sto per dirglielo. Penso, ragiono, mi confondo solo di più. E poi gliela butto lì.
Mi libero di questo fardello e allo stesso tempo è come se mi pugnalassi forte il cuore da sola.
Mi faccio mille domande e intanto lo dico.
Ecco, quasi senza accorgermi, lo faccio: vomito loro addosso quella verità scottante.
- Mamma, papà. Io sono incinta.-
