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Concorso 2009

Concorso Parole in Corsa GTT

La voce nella testa

di Fabio Andorno

“La Voce mi ha detto di farlo, la Voce…” continuò, ripetendo ossessivamente come un mantra la frase che alternava a scoppi di pianto e rumorosi singhiozzi da oltre un’ora. L’uomo ricominciò a battere furiosamente i polsi ammanettati e ormai scorticati contro il tavolo d’acciaio al centro della stanza interrogatori, gli occhi che lanciavano sguardi allucinati tutto intorno a sé. Dall’altra parte del vetro, a lui invisibile, il tenente Hammond sorseggiava una brodaglia dal vago sentore di caffé, mentre osservava a disagio il declino dell’uomo che aveva davanti a sé, una vita perfetta spazzata via in una notte di follia. Il monotono ticchettio della vecchia macchina da scrivere con la quale il cadetto Johnson stava redigendo il rapporto parve estraniarlo dalla realtà riconducendolo in volute di pensieri malevoli alla stessa, dannata domanda: Perché? Come perso in spirali di ricordi, rivide in un flash il referto con la foto della bambina dal volto di cera con un elegante scialle rosa al collo.Lo strappo secco del foglio lo riportò in sé; il cadetto gli porse timidamente la pagina sulla quale aveva terminato di stilare il rapporto; l’espressione del tenente non invitava ad inutili discussioni, quindi si alzò dalla scrivania e uscì dalla stanza farfugliando un saluto sugli attenti. Hammond, rimasto solo, si costrinse di nuovo a riesaminare i fatti. Secondo la ricostruzione della scientifica, la moglie, Mary Rose Ritcher, era morta fra le 21:00 e le 22:00 di giovedì sera; la piccola Anne, invece, circa dieci minuti dopo. Nel primo caso la morte era sopravvenuta per emorragia interna dovuta ai tre proiettili 9mm che la donna aveva ricevuto nell’addome; la bambina era invece deceduta per soffocamento, a seguito di una forte pressione intorno al collo, che presentava infatti i segni bluastri dello strangolamento, avvenuto mediante uno scialle rosa che Anne portava spesso con sé. Quel dannato giovedì sera Nick Ritcher, l’imputato, era solo in casa perché la moglie si era recata a prendere la figlia al corso di nuoto serale. L’accusato, mentre aspettava la donna, avrebbe assunto una dose massiccia di LSD, rinvenuta dall’esame tossicologico del sangue; poi avrebbe recuperato la Beretta 9mm regolarmente registrata e si sarebbe sdraiato sul divano con la mano armata coperta da un cuscino, fingendo di dormire. La moglie sarebbe arrivata a casa poco dopo, creduto il marito addormentato avrebbe portato a dormire la piccola al piano di sopra e quindi si sarebbe avvicinata all’imputato cercando di non svegliarlo. Questi aveva invece aperto il fuoco da sotto il cuscino esplodendo tre colpi in rapida successione; quindi aveva fatto le scale mentre la moglie moriva e avrebbe strangolato la figlia nel suo letto, con il suo scialle preferito. L’agente di pattuglia più vicino, allarmato dalle urla della donna, era accorso sul posto, aveva sfondato la porta e si era trovato alle spalle dell’accusato mentre quest’ultimo si portava la pistola alla bocca. L’aveva quindi disarmato appena in tempo e ammanettato; il poliziotto aveva dichiarato di non aver trovato alcun segno d’effrazione e di aver verificato la sola presenza in casa dell’accusato e delle vittime. Nick Ritcher, dopo aver visto le foto dei cadaveri di moglie e figlia aveva dato chiari segni di confusione mentale cadendo in uno stato acuto di shock e continuando a dichiarare la propria innocenza, sostenendo di non ricordare nulla della sera precedente se non di aver udito una Voce.  Il rapporto era firmato dal dott. Jenkins che si era occupato dell’autopsia, dall’agente che aveva compiuto l’arresto e dal sostituto procuratore; mancava solo la sua firma. La appose con un senso ineluttabile di vuoto: Perché? Si chiese ancora.

Poi guardò l’ora, e decise che era ancora in tempo ad andare a prendere la figlia Sarah all’asilo; ha quasi la stessa età di Anne, pensò. Con un senso di malessere, rivide il corpo della piccola vittima con lo scialle attorno al collo, solo che stavolta era il viso della figlia a guardarlo con occhi senza vita. Notando appena il saluto del cadetto si diresse a passo deciso fuori dalla centrale e mise in moto la sua volante, accendendo quasi subito i lampeggianti per evitare il traffico dell’ora di punta. Quindi guidò con un immotivato senso crescente d’angoscia fino a che trovò un parcheggio libero dalla parte opposta alla banchina dove alcuni bambini erano già usciti. Scese dall’auto e si mise a cercare con lo sguardo i riccioli biondi della figlia; dopo alcuni minuti in cui sentì un brivido farsi via via più gelido lungo la spina dorsale, incrociò il suo sguardo mentre saltellava giù per i gradini della scuola ed alzò la mano come a farsi riconoscere. Vide un sorriso aprirsi sul volto che somigliava tanto a quello della madre e per un attimo la morsa che gli attanagliava lo stomaco si allentò; poi perse il contatto visivo con lei a causa del lungo e vecchio pulmino giallo che passava per strada.

Spostò lo sguardo un attimo sul traffico e poi lo riappuntò sulla banchina, solo che non riuscì più a vedere la figlia. Di nuovo la sensazione di gelo si fece sentire, intorpidendogli i muscoli, fino a quando tutto ciò cui riusciva a pensare era la foto di sua figlia senza vita, con uno squallido codice a identificare il referto…la voce mi ha detto di farlo

Postilla

Il cadetto Johnson ripensò all’espressione del tenente mentre usciva; questa storia ha sconvolto tutti, pensò. Un pluridecorato commissario di polizia, incaricato da anni alla lotta al crimine organizzato, a capo di una task force della quale faceva parte anche il tenente Hammond, suo amico da una vita, che in una notte di follia ammazza moglie e figlia dopo un’overdose di droga. Il giudice, valutate le prove, aveva approvato la richiesta di pena di morte, non concedendo all’accusato l’incapacità di intendere e di volere. Quel pomeriggio, un furgone blindato l’avrebbe trasportato al carcere di massima sicurezza dove avrebbe atteso l’esecuzione tramite iniezione letale. Una brutta storia, pensò. Solo pochi mesi prima i giornali parlavano di lui come dell’eroe che era riuscito a mettere in cella uno dei più potenti capi della mafia russa che rispondeva al nome di Eugeny Zaitev. Il capitano Ritcher era riuscito ad individuare la copertura che utilizzava per i suoi traffici illeciti; si trattava di una società farmaceutica dal fatturato di milioni di dollari, le cui  innovazioni nell’ambito dei ritrovati per la cura delle malattie neurologiche avevano consentito al titolo di fare un salto considerevole in borsa. La stampa l’aveva elogiato per la determinazione con la quale aveva proseguito nella sua crociata. Ora invece sarebbe stato definito solo un mostro; una brutta storia, mormorò di nuovo fra sé e sé.

La figura elegante, racchiusa in un cappotto lungo scuro con tanto di cappello floscio dal quale si intravedevano serici capelli platinati, all’uscita del furgone che trasportava Nick Ritcher al suo ultimo viaggio, compose un numero dalla cabina telefonica all’angolo con la 5th Avenue e rivolse poche secche parole alla cornetta, storpiate da un forte accento dell’Est; alla risposta comparve un rapido sorriso che non si estese ai gelidi occhi grigi. “Avrei preferito ucciderlo di persona”, pensò.  Poi riattaccò con voluttà il telefono; “Eugeny, amore mio, ora sei vendicato”, pensò con intima soddisfazione.

Dall’altro capo del telefono, quello che aveva tutta l’aria di essere un uomo d’affari, con il suo abito d’alta sartoria e la scrivania hi-tech espresse un impercettibile segno d’assenso. “Il test ha funzionato”, disse poi rivolto ad un giubilante dottore in camice; “ha obbedito come un cagnolino”. “E’ stato caro però questo test, il nostro dott. Jenkins si è fatto pagare bene per la rimozione del microfono che Irina ha sparato alla nostra cavia”, disse il dottore ridacchiando mentre sorseggiava una vodka gelata. “L’LSD poi. È stata un tocco da maestro.”. “Sì, devo ammetterlo si è comportato bene; sarà ricompensato lautamente”, disse l’uomo d’affari con un tono che fece rabbrividire lo scienziato. “Potete procedere”, continuò poi con fare deciso, “con la produzione del siero dell’obbedienza.”.

“Ciao papà”, sobbalzò quando sentì la voce squillante della figlia provenire dalle sue spalle e riemerse dall’abisso di dolore in cui era precipitato. Soffocando un’imprecazione s’inginocchiò subito verso la figlia stringendola in un lungo e forte abbraccio di sollievo. “Ho attraversato con la maestra”, sentì dire dalla piccola con un tono di scusa, preoccupata dalle lacrime del padre che non aveva mai visto piangere. Lui si rialzò dandosi del paranoico e le strinse la manina per accompagnarla all’auto. “Ah, papà un signore mi ha detto di darti questa”. Lo sguardo del tenente si spostò come al rallentatore dal viso della figlia alla mano in cui stringeva una busta anonima. La aprì e ciò che vide rischiò di piegarlo in due; un messaggio con lettere ritagliate da vari giornali e incollate meticolosamente a formare le parole “Può capitare anche a te, Jim Hammond”. Il tenente girò la busta ma non c’era scritto nient’altro. La bimba, spaventata dalla reazione del padre chiese scusa per aver accettato una lettera da uno sconosciuto, ma fu interrotta da un fugace sorriso che Hammond cercò di dissimulare per tranquillizzare la figlia. “No, hai fatto bene. Ora andiamo a prenderci un bel gelato.” Aprì la portiera alla figlia e salì a sua volta; appallottolò con forza la busta nella mano e la gettò nel cestino di fianco all’auto. “Grazie papi per il gelato, pensavo fossi arrabbiato con me…” “Prego, tesoro.” No, non con te, pensò fra sé e sé.