Strumenti personali

Concorso 2009

Concorso Parole in Corsa GTT

La lunga rincorsa

di Salvatore La Fauci

Maria Cristina, questo il suo nome, prese una lunga rincorsa dopo essersi ben stretta i lacci delle sue scarpe. Non voleva rischiare di inciampare proprio nel momento in cui avrebbe spiccato il lungo balzo. Dopo aver preso una boccata di quell’aria così fresca che si può trovare solo al tredicesimo piano di un palazzo, Maria Cristina iniziò a correre. La sua corsa non era faticosa, ma leggiadra, come se stesse per librarsi in aria come una rondine che lascia il suo nido emigrando verso sud.

Invece stava per buttarsi giù.

Mentre le sue gambe sfregavano a un ritmo sempre più incalzante, due gocce di rugiada le sfregiarono il viso, portate via dal vento leggero di quel pomeriggio di maggio e dalla folle rincorsa. Mancavano pochi metri, alcuni passi la separavano dall’avere il nulla sotto i piedi. Fu in quell’attimo, in quell’esatto millesimo di secondo, che avvenne qualcosa di straordinario. Si mise a pensare a cosa potesse essere della sua vita se, invece di lanciarsi come aveva programmato di fare pochi minuti prima, all’improvviso si fosse fermata. La cosa straordinaria è che una parte della sua mente aveva già deciso cosa fare, mentre l’altra ci aveva ripensato. Ma ormai per una delle due era tardi. Ecco così che Maria Cristina si sdoppia, diventando due persone in una o una in due.

Come preferite.

Cristina salta nel pieno vuoto della paura, mentre Maria si ritrova a guardarsi mentre cade giù.

Maria decise di scendere da quel palazzo usando l’ascensore mentre Cristina continuava a precipitare.

Si dice che nei momenti che precedono la morte, il tempo si dilata. Due secondi possono corrispondere anche a due minuti, o a venti. Dipende da quello che si ha nella mente, ciò su cui si deve riflettere. Per cui non stupitevi se, mentre Maria prendeva in tutta calma l’ascensore, Cristina era ancora lì sospesa nel vuoto, immersa nei suoi pensieri più inconsci.

“Come posso essere stata così stupida da pensare di uccidermi per…”, stava pensando Maria, quando si distrasse osservando, come se non li avesse mai visti prima, i led dell’ascensore che alternatamente si illuminavano scendendo i piani di quel palazzo. Arrivata in fondo si guardò in giro, come timorosa degli sguardi altrui, come se la si potesse guardare con occhi diversi. Con questa incertezza che in realtà la faceva sentire libera e nuova, Maria salì sull’autobus che l’avrebbe ricondotta a casa.

 

“Forse è giusto così”, ipotizzava Cristina mentre il suo corpo si avvicinava lento ma inesorabile a quell’asfalto bollente. “Chi può mai volere una vita senza scopi? Una vita in cui l’unica cosa che le dava un senso ti ha tradito e beffato? Chi può, in tutta sincerità, credere che il domani possa essere migliore di ieri? Tanto vale finirla oggi. Adesso”.

 

Sull’autobus, di fronte a Maria, si sedette un giovane ragazzo. I suoi boccoli dorati e il suo sorriso contagioso fecero comparire sul volto della ragazza un accenno di felicità. Portava l’apparecchio per i denti, Maria, e se ne vergognava. Cercava di nascondere il suo sorriso con una mano per non mostrare la sua dentatura d’argento. Ma a Christian, così si chiamava, pareva non importare e anzi trovò il suo viso così ingenuo e tenero, da immaginarsi come sarebbe stato emozionante baciarla proprio lì, in quel momento.

Maria rideva.

 

Cristina volava giù ma, senza spiegarsi il motivo, cominciò a ridere anche lei. Il suo, però, più che un sorriso era il ghigno beffardo di chi vorrebbe che tutto il pianeta esplodesse assieme a lei, appena toccato suolo. Odiava il mondo.

 

Il ragazzo s’accorse del sorriso nascosto di Maria, ma non trovò il coraggio di rivolgerle la parola. Quante occasioni si perdono delle volte solo perché non si riesce a dire un semplice “ciao”. Quante possibili scelte ci passano davanti ogni giorno senza che noi siamo in grado di allungare una mano e afferrarne una. Quando una voce metallica annunciò la prossima fermata e l’autobus si accostò per far scendere le persone, i due erano ancora lì occhi negli occhi senza proferir parola. Maria si accorse che quella era la sua fermata e s’avvìo all’uscita timorosa. “La seguo oppure resto qui seduto?”, si chiedeva con insistenza Christian, senza però trovare la forza di muovere un muscolo. Un nuovo, straordinario atto accadde in quel preciso momento. Christian fece un passo dietro l’altro e in breve fu fuori dall’autobus accanto a Maria. I due stettero per un attimo a guardarsi negli occhi e a sorridere, come se entrambi fossero consapevoli dell’infinito istante che stavano vivendo, della magia che solo le decisioni coraggiose possono regalare. I biondi boccoli di lui s’abbracciarono con gli occhi di lei, che erano sì neri come la notte, ma luminosi di vita.

 

“Chissà se è vero quel che dicono della morte?”, si chiedeva Cristina quando ormai mancavano pochi centimetri all’impatto, “chissà se davvero passa tutta la vita davanti?”. L’interrogativo ricevette presto una risposta perché Cristina si vide bambina, gaia e spensierata, mentre giocava con i baffi del padre; poi era più grande e, con gli occhi chiusi, stava baciando il suo primo ragazzo. Ma poi, per un attimo, un millesimo di secondo o forse meno, proprio mentre l’abbraccio finale col suolo stava per mettere fine ai suoi pensieri, le passò davanti un’immagine strana. L’ultima.

Un ragazzo dai boccoli biondi.

Sorrideva.