Torino ha l’anima vergata di gianduia, la sua essenza la respiri tra le foglie nude e gialle che nel mese d’autunno si spalmano come nutella sul tappeto di cemento e acciaio che costituisce la culla del lento e magico dondolio di inconsueti filobus d’antan.
Torino te l’aspettavi ritrosa, e un po’ snob: una grande campionessa olimpionica inarrivabile e dispettosa. Ne hai invece scoperto tutta la timida e maestosa bellezza sollevando ricci con castagne sgusciate via frettolosamente tra i binari di questi bizzarri mezzi di trasporto che sembrano esistere e avere senso solo nella mente di un sabaudo inventore di sogni a corrente elettrica.
Questa città, così eminentemente efficiente e precisa, gioca tutti i suoi equilibri sui fili che come un aracnide- funambolo ha tramato sopra la sua testa, nel cielo antonelliano: così, quando il display digitale ti segnala tra numeri e tragitti quanto ancora quest’insetto su due rotaie si farà aspettare, tu te ne resti col naso per aria, e lo sguardo trasognato nel notare lo scintillio che brilla su quei fili pensili percorsi da fasci di neutroni, protoni ed elettroni e miliardi e miliardi di tue molecole che nel frattempo ti stanno già trasportando verso il mercato di Porta Palazzo. […] Sei finalmente a bordo.
Ti assesti gli occhiali: l’appannamento delle lenti dovuto al cambiamento di temperatura, così mite e accogliente sul dorso di quel filoso aracnide che tesse lunghe reti d’acciaio sulle strade e solca la pelle grigia della città come la guancia di un pierrot triste di mascara colato ti stordisce per un istante. Riprendi immediatamente padronanza delle tue coordinate spazio-temporali. Ti dirigi sul fondo, perché sai che lì il motore è più caldo. È un po’ come a casa dalla nonna, il tepore del caminetto: di fronte a te una signora fa una sciarpa. Forse per la nipote, per proteggersi dalle punture del cielo freddo, che pizzicotta. Ti accorgi della presenza di una bambina con le gambe di calzamaglia bianca e pesante dall’odore che emana il suo sacchetto, bianco per alimenti: fumanti caldarroste ti solleticano altri ricordi. “Che viaggio”, pensi. “Sono in questa città, per la prima volta mi sento a casa”. Anche se Torino ti era estranea fino a poco tempo fa scopri solo adesso dov’è la tua vera casa. Ma tua nonna non c’è più, se non nei tuoi ricordi. Che percorsi da un fascio nuovo di emozioni riprendono vita lì, sul groppone di quell’insetto che transita. Vedi tua nonna affacciarsi dal finestrino, e ti ricordi di quanto ti disse com’erano belle le risaie che aveva visto quando era andata l’unica volta in vita sua in Piemonte, e aveva inciso le iniziali della sua storia d’amore con il padre di tua madre, tra quelle risaie, e quel suo amore era germogliato come i fili che spuntano dall’acqua melmosa per generare chicchi di vita. Quell’acqua era melmosa, sporca ancora di guerra e del sangue dei morti, e del sudore di generazioni annientate, ma nonostante questo nasceva la donna che ti avrebbe partorito.
E così, in quel piccolo carosello di colori e di profumi, a cavallo di un piccolo ragnetto, ti stai dirigendo verso le tue radici. Ti addentri nelle viscere della città. Comincia a piovere: in un lampo, gli scricchiolii sotto le zampette di quel ragno si fanno sentire. E pensi alle verghe che si riempiono d’acqua, e al passaggio delle sue zampette veloci quando spruzzerà tutta l’acqua filtrata nelle pieghe della tela. Quasi quasi ti addormenti. Ora ci sono i vetri appannati. Il tuo mondo è tutto lì dentro: ciò che sta fuori non ti appartiene più. Il fuori è estraneo, ora è proprio tagliato fuori. Non lo vedi più. Si intensificano gli odori: le castagne diventano un bosco umido e caldo, la sciarpa la vedi già al collo di una bella donna coi capelli rosso rame, caldi e umidi d’acqua, che vuole baciarti con la bocca rossa calda ed umida di desiderio. “Sei proprio un monello!”. Ti sembra di sentire tua nonna, spuntare fuori dai tuoi ricordi come una piantina di riso. “Sei proprio un monello!”.
“Nonna, no dai, non mi rimproverare!”. Ti accorgi che a darti del monello non è tua nonna ma la mamma di quella bambina con la calzamaglia bianca alla quale inavvertitamente avevi sottratto dal sacchetto una castagna … “Mi scusi, mi scusi … sono affranto!”. Ti giri e vedi quella donna, senza sciarpa ma con quella stessa bocca. Che sorride, come una mamma paziente. Il rossore che ti assale, insieme alla vertigine e ad un leggero senso di nausea allo stomaco, non lasciano spazio a interpretazioni. E pensi che questo sia proprio il viaggio della tua vita, a ritroso nel tempo, sul dorso di un millepiedi scricchiolante sotto la pioggia, a fianco di due donne calde ed umide nella notte profumata di gianduiotto.
