Il vecchio ballerino è seduto in fondo alla sala. I baffi spioventi, la schiena appoggiata alla parete, dondola sulla seggiola e segue con gli occhi le coppie che muovono i loro passi sulla pista, disegnando geometrie non euclidee.
“Che cosa stanno cercando?” si chiede.
A vent’anni non avevo ancora visto il mare.
Sono partito, anch’io. Per fame, s’intende, come tutti.
Ma anche per vedere l’America e poi tornare, forse, o restare là.
Portavo con me, in una piccola valigia, solo i miei attrezzi da lavoro. Intagliavo il legno e sentivo di avere il futuro nelle mie mani.
Sono partito dal porto di Genova sul Virginia. Eravamo in duemila, giù in terza classe.
Trenta giorni per attraversare l’oceano. Migliaia di metri d’acqua sotto i piedi e un mondo in continuo movimento. Spaventoso per noi che venivamo dalla campagna.
Certi giorni si faticava a non rovesciare la minestra e a pisciare dritto.
Lo sguardo però poteva vagare sull’orizzonte aperto, non più costretto dalla cinta dei monti che circondavano il mio paese.
Passavo i giorni a prua, seduto su una cima arrotolata e intagliavo nel legno il manico di un coltello da regalare a mio padre.
Volavo libero e solo, verso l’America.
La sera guardavo i miei compagni di cabina che ballavano, fra uomini, al suono di una fisarmonica.
Spuntò di primo mattino, fra la nebbia bassa e lontana.
Il primo a vederla fu un ragazzino. Uno che passava i giorni a bucare con gli occhi l’orizzonte. Ma, quando la vide, non gli venne fuori la voce, per l’emozione. …Buenos Aires.
All’Hotel des Immigrantes, si affollavano migliaia di persone alla ricerca di una sistemazione.
Io rimasi pochi giorni: il lavoro lo trovai subito, perché ero in gamba a intagliare il legno.
Trovai anche una stanza in una vecchia casa.
Una stanza spoglia che si affacciava, come tutte le altre, su un lungo corridoio. In fondo c’era il cesso comune.
Un viaggio così lungo per trovare una casa peggio di quella che avevo lasciato al paese.
Camminando nelle vie del quartiere sentivo cantare: in quelle canzoni c’era la tristezza per una vita misera e la nostalgia.
Ma ci sentivo dentro anche la speranza.
Quella musica era la consolazione di tutta quella gente.
Qualcuno , negli angoli poco illuminati dei bar, ballava.
Fu così che incontrai il TANGO.
La musica è lenta e batte il tempo ossessiva. L’orchestra, in giacca bianca, spinge sugli strumenti. Le cravatte sono allentate.
Unite in un abbraccio asimmetrico le coppie seguono una sola regola, semplice: l’uomo guida , la donna segue.
Il vecchio ballerino cerca di indovinare qualcosa nei volti di quelli impegnati nelle figure più difficili.
La sua limonata, sul tavolo, si sta scaldando.
Passavo le serate seduto in un angolo e seguivo i ballerini.
Erano soprattutto abitanti delle orillas, i quartieri di periferia.
Guappi dal coltello facile, che bevevano come delle spugne.
Gli uomini ballavano spesso fra di loro, insegnandosi i passi e i trucchi per sedurre le ragazze nei bordelli.
Un giorno mi alzai e volli imparare.
Volevo sentire dentro di me tutta quella energia che sembrava sempre dover esplodere e invece restava compressa e manteneva accesa l’emozione.
Da quel giorno non smisi più di ballare, in ogni minuto libero della mia vita.
Il vecchio ballerino guarda le coppie che danzano e pensa “Che cosa stanno cercando?”
“Forse la bellezza” gli sembra che risponda uno seduto alla sua destra.
Uno magro, con la giacchetta abbottonata e la cravatta nera.
“Forse cercano una donna o un uomo per un sera” gli pare che dica una cinquantenne bionda, ancora ben conservata (deve essere quella con cui ha ballato quasi tutta la sera).
Lui sa che non è questa la risposta.
Il tango intanto era uscito dai bar malfamati e dai bordelli e aveva raggiunto le case da ballo.
Io frequentavo la casa di Maria la Basca. Una casa semplice e popolare, dove si entrava solo su appuntamento. Maria trovava le ragazze.
Lì spendevo tutti i miei guadagni. Per ballare.
Le ragazze mi cercavano e litigavano fra di loro per un ballo con me.
A me non interessavano le ragazze. Volevo semplicemente le più seguidoras, le più docili alla mia guida, fatta solo di una leggera pressione sul loro corpo.
Donne capaci di ballare a occhi chiusi.
Chaco suonava nella casa di Maria.
Aveva forse settant’anni quando io cominciai a ballare.
La sola cosa che mi disse fu “Quando non si sa ballare si possiedono venti passi. Quando si impara un po’ di più se ne possiedono dieci.
Quando si è capita l’essenza del tango sono sufficienti soltanto cinque passi”
Per tutta la vita ho ballato il tango, cercando di seguire la regola di Chaco.
Il vecchio ballerino non sa che cosa cercano tutti i ballerini del mondo.
Sa che cosa LUI sta cercando, da più di quarant’anni.
Quarant’anni spesi a levare, ridurre ogni movimento all’ essenziale.
Ha ballato come ha vissuto e ha vissuto come ha intagliato il legno: togliendo, con pazienza, il superfluo.
E questa sera, per la prima volta sente che forse, per un istante, ci è arrivato.
Per un istante è riuscito a togliere l’intero se stesso da ogni suo gesto : il tango si è ballato da solo.
Il vecchio ballerino si alza lentamente, attraversa la sala senza più guardare le coppie che ballano e lascia sul tavolo la sua limonata, calda.
Cammina leggero verso l’ultimo tram della sera.
