1956, avevo da poco compiuto i diciott’anni e allora lavoravo ancora come apprendista alla Scuola FIAT di corso Dante; grazie alle economie fatte da nostra madre, in casa eravamo riusciti a raggranellare il necessario per convincerci di prendere la decisione di comperare uno scooter.
Nostra madre era stata chiara.”Vi comperate lo scooter, ma sia chiaro che è di tutti e due”.
L’avremmo comperato in società io e mio fratello, con la clausola di averlo a disposizione una settimana per uno; lui l’avrebbe utilizzato principalmente a fine settimana, per andare a trovare la fidanzata a Lodi, mentre io l’avrei usato per andare al mare o in montagna.
Si trattava a questo punto di definire quale scooter acquistare, dal momento che si poteva scegliere fra due modelli: la Lambretta della Innocenti, oppure la Vespa della Piaggio.
E’ curioso notare come negli anni ’50-’60 fossero sempre due le possibilità di scelta, e questo in tutti i settori: si poteva scegliere fra il Toro e la Juve, tra Bartali e Coppi, tra la Lollo e la Loren e così anche nel campo degli scooter; beninteso di scooter ce n'erano altri, come ad esempio l'Isomoto, ma non era la stessa cosa.
Dopo averci pensato su, mio fratello ed io, decidiamo di acquistare la Vespa di 150 centimetri cubi di cilindrata, appena uscita dalla Piaggio, in affiancamento alla già famosa 125.
Ed è così che un bel giorno, io e mio fratello ci siamo recati dal rivenditore Piaggio pìù vicino, che allora si trovava in corso Peschiera quasi all’angolo con piazza Sabotino; lì abbiamo concordato il prezzo e la data di consegna che sarebbe avvenuta una ventina di giorni dopo.
La pagammo la bellezza di 148 mila lire, più altre 10 mila lire, per aggiungere la seconda sella e la ruota di scorta.
Nelle domeniche che toccava a me l’utilizzo della Vespa, avevo un caro amico sempre sul sellino posteriore il quale, in attesa di raccimolare i soldi per comprarsi a sua volta la Vespa, aveva cominciato col comperare il casco.
“Così quando mi comprerò la Vespa ”diceva “non avrò più il problema di comperare il casco”.
A poco a poco, anche gli altri miei amici erano riusciti ad acquistare chi una motoretta, chi uno scooter; Franco, l’amico che già si era acquistato il casco, aveva acquistato anche lui una Vespa con il manubrio carenato e la sella lunga (la mia dell’anno prima aveva ancora le selle separate); anche Giovanni si era acquistato la Vespa; poi avevamo Michelino, che in contro corrente rispetto agli altri, si era comprato una Lambretta 150; suo cugino Armando era invece entrato in possesso di una moto Bianchi 125.
Infine vi erano Pierantonio e Sergio, tutti e due proprietari di un Guzzino 60, il primo con la leva del cambio fissata sul serbatoio ed il secondo invece con il comando del cambio modificato; il padre di Sergio gli aveva fatto montare un modernissimo selettore delle marce, con il comando a pedale.
Quanta strada abbiamo fatto con quelle motorette, in quanti posti ci hanno portato: al mare, in montagna, ai laghi.
Un anno, con un altro “vespista”che lavorava con me, decidiamo di andare fino a Piombino, in Toscana, a trovare un amico che stava trascorrendo le ferie a casa dei parenti; lui aveva una Vespa nuova modello 150 Gran Sport che arrivava a fare i cento chilometri all’ora di velocità.
Io con la mia, già un po’ vecchiotta, arrivavo a fare in favore di vento, sì e no gli ottanta.
In più, mi ero sobbarcato l’onere del trasporto dei bagagli che avevamo sistemato in due valigette fissate sulla sede del sellino posteriore che, provvisoriamente, avevo rimosso.
Dal momento che a lui piaceva andare forte, a me invece molto meno, gli avevo permesso di fare, ogni 50-60 chilometri di strada, diciamo delle “sgroppate”.
E così di tanto in tanto, lui che mi stava alle spalle, si metteva al mio fianco, mi faceva un segno con la mano, io gli rispondevo di sì con la testa e subito dopo lui partiva piegato in due sul manubrio della sua Vespa.
Dopo 20 o 30 chilometri, lui si fermava sul bordo della strada e aspettava con santa pazienza il mio arrivo; quando mi vedeva arrivare in lontananza, saltava sulla sua Vespa, mi veniva incontro e si metteva con rassegnazione sulla mia scia, fino alla successiva “sgroppata”; e così fino a Piombino.
Due o tre giorni di riposo, e poi via sulla strada del ritorno, con i soldi giusti giusti per pagarci la miscela necessaria per ritornare a casa.
