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Concorso 2009

Concorso Parole in Corsa GTT

IL GIRO DEL MONDO IN SEI FERMATE...

di Marco Patruno

I miei nonni si erano trasferiti a Torino nel corso degli anni sessanta, con due valige di cartone e con gli occhi rivolti verso il futuro. Per la verità, il loro futuro trovò spesso un divieto che recitava su un cartello la frase : “qui non si affitta ai meridionali.” Ma alla fine, i miei nonni trovarono una sistemazione in un piccolo appartamento nella prima cintura della città. Mio nonno trovò un impiego come guardiano notturno presso una fabbrica che produceva componenti per automobili, e mia nonna faceva la domestica da una ricca nobil-donna piemontese.

A distanza di quarant’anni, mi trovavo quasi nella medesima situazione dei miei nonni. Una valigia stretta tra le gambe, una laurea a pieni voti stropicciata tra i pochi vestiti che avevo deciso di portare via insieme ad un mondo di speranze.

Alla fermata Palagiustizia, entrò un uomo robusto che si sedette davanti a me. L’uomo aveva una voglia tremenda di parlare e attaccammo discorso dopo un secondo. L’uomo mi disse che si chiamava Amadou e che era originario del Senegal e si era trasferito in Italia da una decina di anni. Gli domandai perché aveva deciso di lasciare la sua terra?

Amadou mi raccontò che era nato in un villaggio di pescatori che si chiama Guet – Ndar, i suoi nonni erano pescatori, i suoi genitori erano pescatori e anche lui fino all’età di quattordici anni andava sulle piroghe di legno a pescare insieme alla sua famiglia, ma da alcuni anni con l’arrivo delle imbarcazioni europee, molte specie di pesci erano sparite dai suoi mari. Amadou ricorda che il pesce brillava sotto i raggi della luna, e ai primi luccichii in movimento lanciavano la rete e cantando tiravano su il pesce. Ma negli ultimi tempi i luccichii erano spariti e il respiro del mare era l’unico canto che accompagnava i loro silenzi, capitava ormai spesso che alle prime luci della mattina si ritiravano sulla terra ferma a mani vuote. Lui e i suoi fratelli decisero così di trovare fortuna altrove. Amadou venne a Torino e trovò lavoro in una fabbrica metalmeccanica.

Alla fermata corso Vittorio Emanuele/corso Vinzaglio, Amadou mi saluta e scende dal pullman. Al suo posto arriva un uomo insieme a sua moglie, si siedono davanti a me. Erano stracolmi di buste della spesa. Una di queste buste si inclina dopo una frenata fatta dal pullman, una mela rottola sul pavimento raggiungendo il mio piede. Raccolgo la mela e la consegno all’uomo. L’uomo e sua moglie mi ringraziano. La donna mi confessò che non era abituata a tanta gentilezza, eppure ero convinto di avere fatto un gesto istintivo e assolutamente normale, nulla di eroico o eccezionale.

L’uomo mi disse di chiamarsi Alan, lui e sua moglie provenivano dal Perù e da piccolini vivevano in un’ gruppo che abitava immerso nella foresta amazzonica, ma poi furono costretti a vendere al governo le terre dove vivevano. Domandai perché mai il governo fosse interessato alle loro terre? e perché la sua tribù è stata costretta a vendere terre che gli appartenevano probabilmente da secoli? La donna intervenne e aggiunse che il governo queste terre le vendeva alle multinazionali che hanno così libero accesso all’estrazione delle risorse naturali come petrolio, gas naturali e idrocarburi destinate ai mercati occidentali. Rifiutare e protestare significava esporsi in prima persona alle forze di sicurezza governative.

Alla fermata Corso Vittorio Emanuele/Galileo Ferraris , l’uomo e sua moglie mi salutarono. Entrò nel pullman una giovane ragazza cinese, si sedette al mio fianco. Il suo sguardo si concentrò sui pantaloni che indossavo, dei jeans che avevo comprato in un negozio del centro. La ragazza si mostrò socievole e ci conoscemmo.Mi disse che si chiamava Asako e si era trasferita in Italia da cinque anni, mi raccontò che aveva iniziato a lavorare dall’età di otto anni, la famiglia che viveva in una zona rurale della Cina la mandò nel distretto di Canton e per sette anni lavorò per conto di una fabbrica tessile che produceva jeans. Mi disse che i jeans che indossavo probabilmente provenivano dalla sua ex fabbrica, e ciò lo riconobbe dalla tipologia delle cuciture. All’epoca lavorava  fino a diciotto ore al giorno, e quando gli veniva sonno lei e le sue colleghe si attaccavano delle mollette all’altezza delle palpebre impedendo gli occhi di socchiudersi.
Alla fermata Corso Vittorio Emanuele/Corso Re Umberto,  Asako uscì ed entrarono due turisti. Un americano e un australiano. Con le rispettive macchine fotografiche catturavano qualsiasi particolare insignificante del panorama che scorreva davanti ai loro sguardi mentre il pullman procedeva. Stavolta siamo rimasti tutti in silenzio…

Alla fermata Porta Nuova, scesi dal pullman. Feci una corsa all’ultimo respiro per raggiungere il treno che stava per partire, prima di entrare mi bloccai e mi voltai verso la stazione, fui catturato da una sorta di ripensamento. Ma dagli schermi della stazione appare il volto sorridente del presidente del consiglio che invitava i giovani precari ad affrontare la crisi con entusiasmo e fiducia. Dopo questa apparizione, non avevo più il minimo dubbio, presi il treno e scappai verso una terra lontana a riprendermi il mio futuro.

 

                                                  FINE