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Concorso 2009

Concorso Parole in Corsa GTT

PARTIAMO!

di CINZIA ALFE'

Partiamo! Sono le ferie,  le agognate vacanze, il meritato riposo dopo un anno di  duro e stressante lavoro.  E’ agosto, tempo di migrare. E io migro! Migro con tutta la mia famiglia, che è  composta praticamente da  me e Gabriele, il mio bimbo: due persone. Spesso si aggrega mia sorella,  per darmi una mano. Non ci sono padri-barra-mariti: io e Gabriele siamo fortunatamente soli, e l’avverbio “fortunatamente” rende solo  in parte l’idea di quale buona sorte sia stata l’essersi liberati di Luca, il padre-barra-marito,  dopo un solo anno di convivenza; non ci sono nonni, passati a miglior vita anni fa. Non ci sono suocere, cognati o affini vari; siamo meravigliosamente soli, e quindi partiamo. Noi tre. In macchina, ovviamente. Partire per il mare non  è mica una sciocchezza, anche se il mare è solo la vicina Liguria e noi siamo solo tre. Occorre portarsi il necessario per un mese di villeggiatura nella nostra casetta, e il necessario, come già qualcuno disse, è costituito da tutto il superfluo che ci viene in mente e di cui potremmo aver bisogno nelle desolate lande liguri. Che magari tanto desolate non sono, anzi, sono piuttosto affollate, specialmente ad agosto, ma sono desolate di prezzi convenienti modello  hard discount  a cui siamo abituati qui in città; e quindi, se vogliamo risparmiarci, almeno al mare, di fare la puntata settimanale all’ipermercato di turno nella città più vicina, dobbiamo portarci dietro il più roba possibile. Non che abbia nulla contro gli ipermercati, anzi: nei mesi invernali a volte è addirittura gradevole entrare in questi templi dell’acquisto a gironzolare, ma d’estate no, d’estate voglio andare al massimo in panetteria a comprare la focaccia, sentire l’odore del pane e delle brioches, e basta. Niente code alle casse, niente carrelli stracarichi di roba, nulla. Solo focaccia. Preferibilmente unta e bisunta.  E quindi partiamo carichi di ogni ben di Dio: due confezioni da quaranta di carta igienica salva spazio, due rotoloni multi strappo di carta da cucina,  acqua minerale, formaggio, frutta, verdura, insomma, tutto il trasportabile. Per non parlare del corredo minimo di vestiario per me e Gabriele: due valigie formato maxi di vestiti leggeri e meno leggeri, pannolini, scarpe aperte e chiuse, insomma, ci portiamo dietro la casa. Riempio il bagagliaio, carico il portapacchi, stipo la roba nel posto vuoto accanto al guidatore, cioè il mio, ficco il tostapane in braccio a mia sorella e partiamo. Sono stanca morta già quando finalmente infilo la chiave nel cruscotto. Ma almeno ora sono seduta tranquilla, e imbocco la tangenziale che mi  porterà all’autostrada A6, Torino-Savona. Il primo tratto è una goduria,  ampio, la pianura verde attorno, i campi coltivati, il cd da me manufatto che suona “sweet home alabama” l’atmosfera è rilassante. E poi c’è la sosta. Quella è d’obbligo, a Priero Ovest, poco dopo la metà del tragitto, a fare pipì, sgranchirsi i muscoli e mangiare il panino con frittata: non sono vacanze, non è vera partenza se non ci si ferma in autostrada a mangiare il panino con la frittata! E poi via, di nuovo verso il mare. Un po’ di coda, poca, al casello e dopo una curva ecco il mare. Siamo arrivati. Ancora pochi chilometri e saremo nella nostra casetta. E qui ricomincia il bello: devo scaricare tutto, tutta la roba faticosamente caricata un paio di ore prima,  e in più qui al mare non c’è nemmeno l’ascensore, e quindi devo portarmi su tutto a piedi, in innumerevoli viaggi. Sudo come una bestia. E intanto penso. Penso a quando io e te, tanti anni fa, senza macchina e senza bagagli, prendevamo il treno  per Spotorno o per Diano e andavamo al mare, così, senza pensieri, felici, godendoci quel viaggio tranquillo trascorso guardando fuori dai finestrini, chiacchierando complici, con l’animo leggero e sereno dei nostri sedici anni. Il tram ci portava, senza bisogno di impazzire a cercar parcheggio, fino a Porta Nuova e lì aspettavamo il treno. A volte assaporandoci un trancio di pizza o un panino con wurstel ad uno dei chioschi della stazione. Certo, a volte il treno era in ritardo. Certo, spesso, al ritorno da questi fine settimana marini, non trovavamo posto a sedere, tanto il treno era affollato, e dovevamo farci il viaggio in piedi, con la stanchezza di un week-end adolescenziale sulle spalle. Allora non avevamo la macchina,  non ci fermavamo a mangiare il panino con la frittata, non avevamo figli e responsabilità, né ci preoccupavamo di riordinare casa, mia o tua che fosse: alla partenza, la  rimettevamo a posto come  mettono a posto i ragazzi: male, alla veloce, in due minuti. Ora invece siamo adulti, abbiamo macchine e responsabilità e dobbiamo pensare non solo a noi ma anche e soprattutto ai nostri figli, e quindi non partiamo più così, in treno, con l’animo leggero, ma partiamo pieni di pensieri, di bagagli, di cose, di preoccupazioni. O almeno io, perché tu, Paola, sei morta pochi anni fa,  sei andata vicino a Gesù, come dice Gabriele, e io so che forse è perché tu, in fondo, non sei mai cresciuta; sei sempre stata una ragazzina, a cui poco si addicevano figli e case, responsabilità e doveri. Tu hai sempre avuto l’animo lieve di quando andavamo al mare io e te in treno, leggere, serene, sole.