Anche oggi era stata una giornata torrida. Il lavoro in vigna aveva alcuni vantaggi, ti permetteva di scaricare lo stress attraverso la fatica fisica e ti permetteva anche di stare con te stesso. Di riflettere. Il contatto con la natura era totale, un'immersione in un mondo di pace e serenità popolato solo dal vento, dalle piante e dai piccoli abitanti della terra. Eppure in certe giornate poteva essere il lavoro più duro che c'è. Erano le cinque passate e la fine di una giornata lavorativa per lui aveva assunto ormai le sembianze di un piccolo rituale di vita. L'ingresso nel fresco capannone dove avrebbe riposto gli attrezzi e gli abiti da lavoro. Una sigaretta seduto all'ombra prima di dirigersi verso casa con un piccolo stop per una birra. Quella sera la locanda era stranamente deserta e ad un primo sguardo gli sembro anche più buia del solito. Il locandiere senza proferire parola, come al solito, gli lascio' una splendida birra dorata e schiumosa sul tavolo. L'uomo bevve un lungo sorso rinfrescante e assorto in fugaci pensieri non si accorse che uno straniero era entrato nel locale. Si rese conto della sua presenza sulla sedia vicino alla sua solo quando lo straniero schiocco' le dita. L'uomo e lo straniero incrociarono gli sguardi per quello che a lui sembro' un attimo eterno. Gli occhi dello straniero avevano lo stesso colore della birra che teneva stretta nella mano. Erano dorati! La carnagione era scura e i capelli erano neri e lucidi come le piume di un corvo e aveva il fascino di un diavolo. Continuavano a guardarsi e ciò che l'uomo vide negli occhi dello straniero lo frastorno'. Vide un Paradiso dell'oriente, un luogo di una beltà splendente, abbagliante... adorna di fiori e di piante profumate che mostrava nello splendore dei vestiti di broccato dei suoi abitanti e dei suoi giardini. Un luogo dove i ruscelli corrono tortuosi per ogni via, e le sue aiuole fiorite spandono un alito leggero che vivifica gli spiriti. Era come se stesse leggendo Mark Twain. L'uomo parlo'. “Mi chiamo Samir Nadim” disse. “Nella mia lingua significa -compagno di bevute di una notte-. Ti spiace se resto qui?”. La sua voce era come il miele. Ambrata, dolce e avvolgente. “No, non mi dispiace. Io sono Francesco e il mio nome significa... non saprei!” sorrise e bevve un sorso di birra. “Cosa fai nella vita? Sembri molto stanco”. Francesco rispose di malavoglia eppure lo fece quasi sotto ipnosi. “Lavoro la terra e vivo una vita semplice senza alcuna soddisfazione” disse. Al proferire di quella frase si sorprese di quanto aveva detto ad uno sconosciuto. Lo straniero lo fisso'. “Cosa c'è' che non ti soddisfa nella tua vita amico mio?” chiese improvvisamente. “Mi sento frustrato. Vorrei un lavoro stabile ma soprattutto vorrei donare un figlio alla mia compagna che lo desidera tanto quanto me e che purtroppo non può procreare”. La risposta era uscita d'impulso come se quelle parole non attendessero altro che essere proferite. Francesco si sorprese e ne fu infastidito. Avrebbe voluto alzarsi ed andare via, ma non lo fece. “Tu cosa fai, invece, Samir?” chiese allo straniero nel tentativo di distogliere l'attenzione da ciò che aveva appena detto quasi a volerlo cancellare dalla lavagna con un colpo di cancellino. L'uomo tacque ancora. Il tempo sembrava essersi fermato e Francesco aveva quasi perso la cognizione del luogo in cui si trovava realmente. “Io sono uno stregone che viene dalla notte dei tempi. Ti ho mostrato da dove provengo. Sono il custode di una sapienza millenaria e sono qui per aiutare una formica. Tu”. Francesco accetto' quelle parole come se avesse ascoltato la cosa più comune mai pronunciata. Penso'. Osservo'. Bevve e chiese: “Io una formica?” L'uomo lo guardo' intensamente quasi a volerlo trafiggere con i suoi pensieri, poi sorrise quasi paternamente sollevando un angolo della bocca e disse: “Ti racconterò una storia della mia Terra. Cosi' capirai.”. Racconto' la storia di una saggio e del suo discepolo: “Il mondo è simile al gioco degli scacchi, si toglie il posto all'uno per darlo all'altro", disse il discepolo. "In verità, il mondo assomiglia a una carogna", disse il saggio. E aggiunse: "Quando i leoni si sono sfamati si allontanano. Allora i cani e i lupi ne approfittano. Poi arrivano dal cielo i corvi che lasciano qualche scarto. Infine, quando restano soltanto le ossa, da ogni parte accorrono le formiche che cercano ciò che resta. I leoni sono i re. I cani e i lupi sono i rapaci esattori. I corvi i loro preziosi aiutanti, le formiche sono il povero popolo". “Tu sei una formica, Francesco. Laboriosa e onesta e io voglio aiutarti, ma senza trasformarti in nessuno degli altri animali”. Con un gesto rapido e misurato slego' dalla sua cintura un sacchetto di cuoio e le porse a Francesco tenendolo sul palmo della mano. “Accetta questo. E' un dono per te e per tua moglie un amuleto che tu stanotte le nasconderai sotto il cuscino e la vostra vita cambierà”. Detto questo poso' il sacchetto sul tavolo e con un movimento felino si alzo' ed usci'. Francesco era frastornato. Raccolse il sacchetto di cuoio lo apri' ed estrasse l'oggetto più bello che avesse mai visto. Un ciondolo a forma di cuore tempestato di gemme e lavorato in maniera tanto complessa da renderne quasi impossibile una provenienza terrena ed umana. Confuso ripose il cuore e poso' del denaro sul tavolo. Si avvio' verso casa con la testa piena di pensieri e di ricordi di una vita non sua. Ceno' e presto arrivo' il tempo di dormire e come pilotato da uno spirito furtivamente nascose sotto il cuscino della sua compagna l'amuleto. Spense le luci. I due innamorati si strinsero forte attendendo il sonno ma la passione prese il sopravvento. Fu una notte d'amore senza tempo. Il sonno dei giusti li colse entrambi poco dopo essersi amati. Dormirono. Francesco dimentico' lo straniero e l'amuleto. La quotidianità lo assorbi' nuovamente e cancello' ogni ricordo... fino a quando non ebbe la notizia che la sua compagna attendeva una bimba. Fu festa, grande festa. Nove mesi trascorsero veloci e la bimba nacque. Sana. Bella. Piena di vitalità. Lui non racconto' mai a nessuno la storia dello straniero, ma la bambina si sarebbe chiamata Siria in onore delle origini di Samir Nadim il siriano, lo stregone. Siria, un nome che voleva dire felice, prosperoso, fortunato... tutto ciò di cui delle formiche oneste ed operose come loro avevano bisogno. Nulla più.
