Stavano insieme perché entrambi detestavano la banalità. Eppure, il loro primo incontro era stato quanto di più banale ci fosse al mondo.
Si erano conosciuti alla stazione, come tanti, aspettando il treno per
Milano in partenza dal binario tre.
Lui le aveva chiesto l’ora e poi, una parola tira l’altra, si erano
ritrovati in un bar a sorseggiare un caffè ed a raccontarsi le proprie vite.
Lui era un professore di matematica, con la passione per i numeri, perché
“raccontano la nostra vita, non sbagliano mai e soprattutto non tradiscono. Due più due farà sempre quattro e una somma darà sempre lo stesso risultato anche se si cambia l’ordine degli addendi.”
Lei invece era una cantante jazz ed aveva subito condiviso le sue parole
perché “in fondo la musica non è nient’altro che una teoria matematica.
Un intervallo tra due note è una somma di numeri, un’alterazione è una
nota al quadrato. Si potrebbe dire che la melodia è una sorta di formula
matematica con un’anima poetica”.
Avevano deciso di rivedersi, perché tra loro si era creata un’energia che li attraeva come calamite e che quasi li costringeva a cercarsi.
Dopo qualche mese di frequentazione, come nella più classica delle storie, lui si dichiarò, ma per non essere banale le disse che l’amava, “perché con te io non sarò mai un numero primo divisibile soltanto con me stesso”.
Iniziarono così una convivenza che li portò sempre di più ad apprezzarsi l’un l’altro.
Lei era continuamente in viaggio per concerti e quando rientrava a casa lui le faceva sempre trovare dei fiori, di varietà diversa di volta in volta ma sempre in numero pari, per non essere scontato.
Poi, un giorno, lui si ammalò.
Venne aggredito da una malattia che non gli avrebbe lasciato
scampo.
Cercò disperatamente di combatterla, con tutti i mezzi e con una forza
che mai avrebbe pensato di avere.
All’inizio arrivò a credere che ce l’avrebbe fatta perché pareva che
le cure facessero effetto, il suo organismo reagiva molto bene ed anche i medici erano ottimisti.
Lei gli fui sempre accanto, giorno e notte, accompagnandolo,
sostenendolo e….pregando quel Dio che aveva sempre rifiutato a
priori o meglio, per il quale non si era posta mai il problema della
sua esistenza o meno. “Ma ora, di fronte al nulla, Signore, se ci sei,
aiutalo! Fallo guarire!”
Mai e poi mai avrebbe pensato di poter dire, o anche solo pensare, un giorno queste parole.
Si sentiva così scontata, così….banale. Ma cosa c’è al mondo di
più scontato e banale dell’amore? Prima o dopo….si cade tutti.
Poi però, lui ebbe una ricaduta e capì che ormai non ci sarebbe stato
più nulla da fare.
Lei lo vedeva deperire di giorno in giorno, ormai era solo l’ombra
dell’uomo che era stato.
Alla fine prese una decisione. L’unica possibile.
Avrebbero camminato insieme ancora un’ultima volta. Verso la luce. Verso la melodia eterna.
Prese una boccetta che teneva nascosta e versò in un bicchiere venti gocce del liquido che era dentro. Glielo diede, lui lo bevve e si addormentò. Senza soffrire.
Un sorriso gli incorniciava il volto scavato dalla sofferenza della malattia.
Lei lo guardò, una lacrima calda le rigava la guancia.
Lo accarezzò, gli prese la mano e sussurrò “ a presto, amore mio. Grazie per avermi fatto capire che è meglio essere un do diesis piuttosto che un mi bemolle. Grazie per avermi fatto conoscere la musica dolce della vita.”.
Quindi, si distese al suo fianco, prese la boccetta e ne bevve l’intero contenuto.
Poi, fu il buio.
