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Concorso 2009

Concorso Parole in Corsa GTT

Un giorno qualunque

di Davide Astolfi

Una sera di un giorno come un altro, rientrai a casa dal lavoro sempre un po’ con ancora la testa in ufficio e la pancia vuota in attesa della cena. Aperta la porta di casa, mollati i panni dell’impiegato e indossati quelli più comodi del casalingo si avvicinò mia moglie con fare sornione. “Ti devo dire una cosa”. Tra le varie ipotesi di quello che stava per dirmi mi convinsi che mi ero sicuramente dimenticato di qualche ricorrenza. Invece mi disse tutto d’un fiato:

“Aspetto un bambino!”.

“Adesso!? Ma è ora di cena!” le risposi. Dal suo sguardo da “sei il solito scemo” capii che non stava scherzando. Fortunatamente non mi ero dimenticato di nulla, una volta tanto. D’un tratto però mi resi conto di ciò che mi aveva annunciato. Mi pervase un senso di gioia misto a spavento. Mi immaginavo già in un parco con mia o mio figlio a giocare e scherzare e allo stesso tempo in preda al panico perché piangente nel cuore della notte; o ancora tutto sorridente per un gioco nuovo o in corsa verso qualche pericolo sicuro o addirittura verso un burrone. Silvia, mia moglie, continuò a fissarmi durante le mie fantasie, e io rimasi un po’ imbambolato fino a quando non mi chiese: “Stai bene?”. Al che mi destai da questo stato catatonico, le sorrisi e l’abbracciai mentre le dicevo che ero felicissimo, anche se l’avvenimento non era per niente atteso.

I giorni seguenti cercavo di immaginarmi padre. Finora alla fatidica domanda: “Ti piacciono i bambini?”, rispondevo le cose più disparate: sì, a cena; no, preferisco le bionde; quando ero bambino anch’io, certo! La verità è che non ci avevamo ancora pensato. Io e Silvia eravamo sì sposati da qualche tempo, ma gli impegni quotidiani rimandavo sempre la scelta di tentare di avere un figlio. Così ci pensò (più o meno) il caso.

Pensai anche che fosse il caso di portare a cena fuori la futura mamma, mi sembrava un’ottima occasione. Ristorantino alla moda, Brunello da bere, tagliata al pepe verde per due. Dieci minuti prima del caffè, la vedo sbiancare e qualche istante dopo parte con uno scatto repentino verso la toilette per cacciare fuori tutto. Erano cominciate le nausee. Che tempismo. Uscimmo dal locale, io con ancora la faccia da ebete e lei come un polpo appena sbattuto.

Nei giorni successivi la scena si ripetè, io ero anche sempre più dispiaciuto e cercavo di tirarla su promettendole pranzi e cene luculliani al termine della gravidanza. Silvia mi rispondeva con un lamento e qualche insulto innocente perché è sempre stata molto amante della buona cucina e le restrizioni la infastidivano. Contemporaneamente però, la gioia che trasmetteva quando provava a mettersi nei panni della mamma era incontenibile. Faceva continuamente voli pindarici con la mente per come avremmo sistemato la stanza del bambino. Di fatto al momento c’era, ma era adibita a poco più che ripostiglio. Ogni genere di cianfrusaglia che non si sapeva dove mettere finiva lì: libri, giornali, computer cd, tutto quello che non si riusciva a buttare era lì dentro. Fra poco era tempo di fare ordine e spazio per una bella culletta.

Il tempo passava e l’aspetto di Silvia man mano cambiava. Nonostante l’inverno rigido che obbligava a pesanti maglioni e lunghi cappotti, si intravedeva la sagoma del pancione. Ero piuttosto incuriosito da questo fenomeno e passavo spesso le sere ad accarezzarlo e a provare a sentire qualcosa appoggiandoci sopra l’orecchio. Scherzavo spesso sulla sua linea che da quasi retta passava ad una forma più ellittica. Mi capitava di dirle se avesse visto orbitare Marte intorno a lei o se ruotando attorno a lei sarei tornato indietro di un giorno. Lei stava al gioco e rideva alle mie battute. Ogni giorno il suo viso si riempiva di luce e serenità. Sprigionava gioia dagli occhi. Si vedeva che era felice e io lo ero con lei.

Con l’inizio della primavera facevamo delle piccole passeggiate al parco e vedendo gli altri genitori provavamo ad immedesimarci in quella imminente veste. Fu uno di quei giorni che alzandoci da una panchina la vidi sbiancare e ansimando mi disse:”Mi si sono rotte le acque!”. Risi perché di recente mi raccontarono una gag in cui una futura mamma disse “Si sono aperte le acque!” e tutti si immaginavano Mosè con un popolo appresso attraversare un mare con nascosto un bebè.

Corremmo in ospedale. Immaginavo proprio così la corsa in auto, gocciolina di sudore, Silvia urlante che imprecava contro le auto che non si spostavano. Io facevo il possibile per non rischiare la nostra incolumità e per giungere in fretta a destinazione. Dopo una serie di insulti da parte di alcuni conducenti e di qualche pedone arrivammo al pronto soccorso. Tutto procedette come da manuale, io ormai avevo consumato il corridoio e le scarpe con la mia camminata frenetica e il telefono che non smetteva mai di squillare. Mi chiamarono ad assistere la nascita, fu tremendamente emozionante, vidi la testa, poi le spalle e infine il resto. Era un bellissimo maschietto, pianse, noi ci lasciammo andare in una risata liberatoria e tutta la tensione si trasformò in felicità.