Strumenti personali

Concorso 2009

Concorso Parole in Corsa GTT

Salem Mir Vibocc

di Riccardo Barbin

Drrr…tac…drrr…tac… Che vuoi vecchia radio? Chi mi cerca? Forse non è un amico. Non rispondo. Chiama pure. Non ci casco. Drrr… “Vibocc! Dai, rispondi…” Tac… Fossi matto. Non mi agganci. Anche se sai il mio nome. ”Dai, Vibocc. Sono Ergi da Victor. Schiodati dall’officina”. Ergi è tornato? “Mi ascolti. Lo so. E non ti fidi. Se mi credi togli la polvere al RistoT, nascosto sotto quel telone rosso e bianco. È arrivato Kyott. Si nasconde con Chant. Giù nella Metro. Dietro a quel manifesto che tu conosci. Se riesci a portarmeli, forse c’è ancora speranza per la Città Vecchia. …A proposito, non sono mai andato via. Sono qui, davanti alla finestra con vista sulle IoG”. È proprio lui. Conosce il mio rifugio. Andrò all’appuntamento. In fretta. Il messaggio dura 24 ore. Come una volta. Un anno fa. Qui non c’è polvere, caro Ergi, scherzoso provocatore da bar. Il RistoT è sempre pronto. Il problema sono le rotaie. Ci sono ancora? Proviamo il marchingegno di Gustavo. Pulsante rosso e via. Una piccola scarica ed eccole tutte pulite e pronte per il mio mezzo. Sarà andato tutto a buon fine? Peccato non riuscire a vedere. Uscendo di qui sarò in piena vista. Se da queste parti abita ancora qualcuno. Portoni aperti. Di nuovo in strada! Passerò sul Lungofiume. La luce colorata e accecante del mattino mi farà simile a quelle nuvole elettriche e brucianti che spazzano il fiume. Sto sferragliando. Nessuno si affaccia. Qui non c’è più anima viva. Gli alberi sono cresciuti a sproposito. Buon per me. Sono al coperto. Ed ora su per quella viuzza in quel binario dimenticato. Ancora una svolta. Ecco la scala della Metro. Nasconderò bene il mio carro d’acciaio. Dietro a quel vecchio ed enorme tabellone da cantiere. La scala è libera. Via di corsa. Il mio manifesto è sul secondo pianerottolo. Accidenti è aperto. Sento una sensazione sgradevole. Due figure nere sgusciano da dietro. Molli e silenziose. “Fermi là”. “Salemiro, posa la vanga e fai un bel gol!”. “Luiss, sei proprio tu?”. “Sì, sono Luiss, ma ora chiamami Kyott. Con me c’è Chant, amico di Gustavo. Siamo arrivati a piedi dalla costa. Ieri notte”. “Kyott, c’è anche Giorgio con te?”. “Mi spiace, Salem Mir, Giorgio ci ha lasciati il mese scorso. Una malattia inattesa e devastante. Mai si è pentito delle sue scelte. Specie di averti difeso”. Dalle ire di quel signore in gessato e maglietta nera. Centrato dal mio bel rigore. Fuori rete. Proprio in mezzo a quei signori sghignazzanti. Tutti uguali a lui. Come una risma di fotocopie. Da allora sono Vibocc. E la mia casa sono questi resti di mura. Di industria e di reggia. Assieme ai miei trenini di legno e metallo. Ora zaini in spalla. Di nuovo sul RistoT. Raggiungere Ergi sarà pericoloso. Ma non ci interessa. Chiudo con lentezza le porte. Lascio partire senza rumore. Sfreccio deciso per quella via lunga e veloce. Supero con cautela le scuderie. E giù a rotta di collo verso il fiume. Ancora una svolta. Giù il trolley. A motore spento scivolo sotto i portici. Tutti fuori e su dalle strette scale. Coperte da un polverino fine, intatto da tempo al passo umano. Ergi è già sulla porta col suo sorrisetto ironico. “Salemiro, hai il telefono guasto. Non sentivo la tua voce. Lo ripari quell’apparecchio a manovella?”. Il vecchio studio è identico ai miei ricordi. Anche noi siamo uguali d’aspetto. Ma quanto diversi dentro. “Siamo solo quattro?” chiede Chant. “Una vera folla!” scoppietta Ergi affaccendato sul suo netbook. Kyott e Chant guardavano il cielo e l’uomo. Così pure io allora, adesso non so più dove. Ergi guardava l’umanità, ma sbirciava pure il cielo. Con discrezione. E ora tutti qui a fissare la stessa direzione. Un assillo. Un pensiero molesto ci ha portati qui. La spugnosa Città di Cristallo ha assorbito ogni persona. Quasi tutti. Affaccendati e striscianti nel suo inquietante ventre. Gigantesca escrescenza azzurra opaca sprofondata in una verde densità melmosa. Là mi vogliono per il quarzo di Luciana. La formula è scolpita nella mia mente. Posso costruirlo. Non l’avranno. Renderebbe trasparente e luminoso quel famelico agglomerato. Di esseri con mente da automi. Partiti dalla Città Vecchia. Ogni giorno a frotte. Spariti laggiù. Nell’antro multimediale. È restato il nostro gruppo di Piazza delle Erbe. Nato in quel piccolo bar. E ora qui a ripensare al mattino di quel giorno di Mezza Estate. In Piazza Signora, Ergi si trovò solo con le fontane. E Chant non sentì fischiare i treni nella grande Stazione. E Giorgio non trovò più i suoi laceri amici. E i miei tram tutti immobili. Solo un anno fa. “Salem Mir, ci vuole davvero un bel sacco della tua Fede. Ne hai ancora?”. La voce di Ergi ora è più seria. “Qualcuno me l’ha conservata. Ma mi pare tanto piccola!”, farfuglio sorpreso. “Ne abbiamo un frammento pure noi. Anche Ergi!”, sbotta sorridente Kyott. Seduti pensierosi attorno al tavolo. Interrotti dai cigolii famigliari delle travi di legno. Intimiditi dalla scarsità di forze. Pieni di desiderio di vivere di nuovo nella Città Vecchia. Liberi dai monitor della pubblicità. Parliamo, qualcosa ne verrà. Fallire è facile. Sonnecchiare sarebbe peggio. “Vibocc, tu sei la nostra punta. Corri avanti!” La voce di Giorgio… O lo scherzo di questo silenzio assordante. Ma che importa? Passami la palla, Giorgio, e la sparo in rete.