Lavori, mangi, corri, bevi, spendi, dormi, fai l’amore…. A trent’anni sei giovane, dinamica, anche un po’ arrogante. E tutto fila liscio.
Poi la botta. Lo schiaffo in viso che ti lascia senza fiato.
Come è successo? Perché? Non lo so. Non volevo, non mi interessava, mi sono ribellata, ho cercato di resistere in ogni modo. Ma non ce la faccio: sento che sto perdendo la partita.
Le undici di una domenica mattina.
La testa appesantita dalla sera precedente, la bocca impastata, l’alito….meglio non pensarci. Fortuna che Valentino ha dormito a casa sua.
La mano che brancica alla ricerca del telecomando. Click. Un leggero sfrigolio. Poi le immagini sul maxischermo a cristalli liquidi.
Quella faccia, quelle parole. Lei che parla di vita diversa. Di scelta radicale. Di silenzio. Di pace dell’anima.
“Ma cosa cazzo dici?” mi viene da pensare. Cerco il telecomando per cambiare canale. Non lo trovo; forse un movimento l’ha fatto finire tra le lenzuola.
E allora rimango lì, come un’ebete, ad ascoltare quelle parole. A guardare quegli occhi. A scoprire le immagini del chiostro che si snodano alle sue spalle, sullo schermo a parete.
E lei che parla. Che racconta di sé: l’infanzia, la scuola, la discoteca, la musica, i ragazzi. Poi…
E io che la guardo. Che assorbo ogni parola e avverto poco a poco, con sgomento, aprirsi le prime crepe nelle mura che finora hanno definito il mio orizzonte.
Stavo bene tra quelle mura. Mi davano sicurezza: i soldi, i vestiti, le vuitton, la carriera, le vacanze…la vita. La “mia” vita.
Era tutto lì: comodo, allineato, in ordine, pronto ad essere preso con un semplice gesto della mano.
Non stavo male. Affatto. Sì, é vero...il lavoro, lo stress, ogni tanto qualche casino con Valentino, ma nel complesso non potevo proprio lamentarmi.
Adesso tutto é identico a prima, ma tutto è cambiato.
Anche Valentino è sempre lui: alto, atletico. Bellissimo!
Sono io ad essere diversa. Mi guardo attorno e capisco che tutto ciò che ho, quello che è stato il mio mondo, quello che sono stata finora non mi basta più. Fa rabbia ma è così.
Ho provato e riprovato a convincermi che si tratta di una crisi passeggera, di un momento di stanchezza…“qualche fiala di sargenor e passa tutto”.
Non è vero. Non passa.
I miei occhi non si accontentano del panorama abituale. Guardano altrove, sempre più lontano. E io non riesco a frenarli.
Ieri sera ho provato ad accennarne a Valentino: mi ha guardato strano, forse si è domandato cosa avessi bevuto. Non ho insistito. Non ora.
Ma prima o poi lo farò. Devo farlo: non posso rimandare all’infinito.
L’altro giorno sono entrata in una chiesa. Erano anni che non lo facevo. Seduta in fondo, all’ultimo banco, nel silenzio fresco della penombra, senza pensare a nulla. Non mi ero mai sentita in quel modo.
“Finalmente a casa” mi è venuto da pensare.
E la mia casa? e la mia carriera? e i miei soldi? e i miei vestiti? e le mie scarpe? e le mie vuitton?
Li guardo con un distacco sempre maggiore. Sento che sono destinati, poco alla volta, a sbiadire. Non li rinnego, li ricorderò con affetto, ma da lontano. Da molto lontano.
E’ duro essere disarcionata dalla propria vita e arrancare per salire su un’altra.
Tutto sembra assurdo, privo di logica. Ma come fare con quel tarlo dentro che ti scava, ti pressa, ti stringe, non ti dà tregua? Ho provato a dirglielo: “perché proprio io? perché non cerchi qualcuno più adatto di me!?”.
Mi sono ribellata, ho lottato, ho cercato di resistere in tutti i modi, ma sento che sto perdendo la partita.
Anzi, l’ho già perduta.
O, forse, l’ho vinta.
