Strumenti personali

Concorso 2009

Concorso Parole in Corsa GTT

Peyote

di simone traversa

Lui era lì, steso in terra, in un vicolo umido e bagnaticcio, una viuzza delimitata ai lati da muri di mattoni rossi: prima non c’era mai stato nulla. Ogni infinitesimale lasso di tempo era a sé stante, senza un legame con il passato, senza una proiezione nel futuro. Il tempo si era spezzettato, non era più un unico continuum di secondi, minuti, ore, giorni,settimane, mesi, anni: ora, ogni istante si era emancipato. Monadi temporali. Quel che aveva senso qui e ora lo perdeva un attimo dopo, ogni istante sanciva la fine di un’era, il trapasso era istantaneo: il tempo era un’immensa vallata in cui tutto avviene contemporaneamente, in cui gli eventi si sovrappongono.
Lui era disteso sotto un cielo oleoso e nero, incombente come la morte, e quel luogo era tutti i luoghi, quel secondo era tutti i secondi.

Il terribile afrore di quel vicolo dovuto all’acredine dell’urina felina e ai miasmi dei bidoni della spazzatura marcescente non lo disturbava. Ambiente uterino.

Dai muri che cingevano il vicolo colava una sostanza densa e gelatinosa che andava a depositarsi in terra creando uno strato appiccicoso. Una glassa amniotica.

Due gatti stavano passarono rapidi, impiegando non più di otto o nove ere, soffiandosi e miagolando. Urtarono un bidone facendo un baccano infernale, che provocò alle sue orecchie una sensazione invereconda di dolore: il tonfo sordo fece dei suoi timpani un puntaspilli.

Il cielo incombeva su di lui come un’incudine appesa ad una cordicella sfilacciata.

Ogni oggetto intorno aveva aumentato le sue dimensioni e si era ridefinito.

Alzava stancamente e lentamente il braccio destro per guardarsi la maglia a maniche lunghe che indossava. Anche il buio si era fatto più oblioso. Vedeva trame ben definite: autostrade di cotone che s’intrecciavano con interstatali di fibra sintetica.

Su di lui il cielo: appeso ad una cordicella sfilacciata, leggero e pesante, oscillava pericolosamente. Non era più in grado di dire se stesse guardando il cielo o il lastricato. Sentiva il cigolio dei denti, era assordante e insopportabile, gnic gnec gnic. I denti si scheggiavano e stridevano e la bocca gli si riempiva di saliva e residui ossei.

Le braccia pesavano tonnellate: con fatica estrema riusciva a sollevare un pezzo di arto per poi rilasciarlo in balia della gravità. Vide chiaramente i suoi pori, i suoi bulbi piliferi. I peli si muovevano come fili d’erba al vento. Il tempo non scorreva più, saltava, balzava, era rapsodico e inquieto, volteggiava danzando. Rumore! Una scarica adrenalinica pervase il suo corpo, lo fece balzare in piedi. Gli arti erano piume. Tutto attorno a lui era limpido e chiaro. Cominciò ad agitare braccia e gambe imitando inesistenti mosse di arti marziali orientali urlando e strepitando monosillabi pseudo giapponesi. Non c’era fatica, non esistevano contrari: tutto poteva solo essere affermato, il principio di non contraddizione sconfitto per sempre. Watà,yatà,rototàtàtàtàtà!

Nella foga mistica del momento, non s’accorse di aver ficcato il piede in una carcassa di un animale in putrefazione. Il piede era finito nel ventre squartato di un cane in decomposizione, dal quale fuoriuscivano le interiora e il sangue denso e venoso.

Il cane sembrava essersi mosso. Provò a rigirare il piede all’interno del ventre semi vuoto dell’animale. La carcassa tabescente e cachettica rispondeva agli stimoli: quanto più pacioccava con gli organi interni dell’animale sventrato tanto più questo gnaulava. Un secondo e il cane si stagliava di fronte a lui sulle quattro zampe. La lingua blu lunghissima gli pendeva da un lato a peso morto, un occhio dell’animale era completamente fuori dall’orbita, sorretto solo dal lungo nervo ottico, pendeva e dondolava scandendo un tempo inesistente, le orecchie smangiucchiate e spelacchiate, la coda mozza con parte dello scheletro in vista, del sangue raggrumato tra gli interstizi ossei, il pelo marrone secco e rado e chiazze di pelle e carne viva. Aveva tremendamente paura dei cani ed ora faccia a faccia con uno di loro in un vicolo buio e umido sperduto in chissà quale strana bolgia infernale abbandonata dall’uomo solo in balia degli eventi che incombevano appesi ad un dannatissimo filo sfibrato con le palpitazioni e il cuore che batteva nelle orecchie pompando sangue e timore con un dannatissimo cane rabbioso col ventre squartato che passo dopo passo gli si avvicinava sempre  più a cui urlava per scacciarlo piangendo dalla paura e urlava al cane fino a farsi gonfiare le vene sul collo come cannucce fino a sfilacciarsi le corde vocali urlava al cane che si avvicinava la bocca aperta in un urlo muto in una stanza anecoica che nessuno sentirà il cane che non se ne va e si avvicina incombente il filo che si spezza il cielo che cade e il cane che gli balza addosso il sangue che gli obnubila la vista la morte.