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Concorso 2009

Concorso Parole in Corsa GTT

GOING UNDERGROUND

di vito luongo

Il percorso era sempre lo stesso. Ogni giorno. A piedi fino alla fermata. Saliva sul bus diretto a Porta Nuova, poi scendeva in metropolitana. A Porta Susa risaliva in superficie e prendeva un altro bus. Direzione Corso Lombardia. Infine un ultimo tratto a piedi fino da lei.

 

Non riusciva a scrivere nulla. Beveva troppo. Per non pensare.

Era innamorato. Non era sicuro che lo fosse anche lei.

Adorava il tratto in metropolitana. Trasmetteva un  particolare senso di non appartenenza. Un non luogo, come avrebbe detto Marc Augè.

Il ragazzo era sempre seduto al solito posto. Fermo. Vicino alla scala mobile. Non riusciva mai a vederlo in viso. Un particolare, un elemento della quotidianità. Non ci pensava più fino a quando non lo rivedeva, il giorno successivo. Chi era? Cosa ci faceva lì? Perché rivolgeva lo sguardo al pavimento?

Era un istante. Poi arrivava il treno, e la stazione si affollava di persone. Saliva sull’ultimo vagone, che diventava il primo del treno. Non c’era conducente. Provava un brivido. Guardava fisso nel buio del tunnel. Gli sembrava di scorgere le ombre degli operai che avevano lavorato alla costruzione della metropolitana. Aveva sempre avuto una fervida immaginazione.

Quando era con lei, la finestra tra realtà e immaginazione si infrangeva. I vetri gli finivano addosso, ferendolo.

Tornava a casa. Non scriveva. Dava fondo a un’altra bottiglia di Martini.

 

Una mattina prese la decisione. Gli avrebbe parlato. Scese i gradini di corsa, superò i tornelli, si lasciò trasportare dalla scala mobile. Il ragazzo era seduto. La stazione era vuota. Il treno era appena partito. Si fece coraggio e si avvicinò.

Il ragazzo alzò la testa. Si guardarono. Provò un senso di vertigine.

Era come trovarsi di fronte a uno specchio. Che rifletteva il passato. Portava gli stessi vestiti che un tempo aveva indossato lui. Solo il viso non era più giovane. Un’età indefinibile, proiettata verso il futuro. Aveva gli occhiali, con la montatura nera. Lui, finora, non li aveva mai portati.

- Ciao, Patrick – disse il ragazzo – non mi riconosci?

La gola coperta di carta vetrata. Non riuscì a rispondere. Il ragazzo gli toccò una spalla, gli diede una pacca convinta, di quelle che si danno agli amici. Un brivido percorse la schiena. Si allontanò. Prese la scala mobile. Un ultimo cenno di saluto, sul volto un sorriso obliquo.

Diventò trasparente. Assunse la forma di una stella, una scia bianca che esplose in un arcobaleno di colori. Sparì. La stazione era vuota.

Un secondo dopo, arrivò il treno. Persone che scendevano, altre sbucate dal nulla, che salivano. Non riusciva a muovere un muscolo. Perse quel treno. E quello successivo. E quello dopo ancora.

 

 

Da lei. Le raccontò quello che era successo. Che aveva provato. Aveva forse visto un fantasma?

Lei si mise a ridere. Una risata tonante, di scherno. Si accese una sigaretta. La vedeva attraverso il fumo. Andò via sbattendo la porta, senza salutare.

Tornato a casa, versò il contenuto della bottiglia di Martini, quello che ne rimaneva, nel lavello in cucina. Scagliò il vuoto contro il muro, con rabbia.

Andò alla scrivania. Si sedette. Il computer era acceso, il foglio bianco occupava lo schermo. Il fastidioso cursore nero lampeggiava. Da troppo tempo.

Senza rendersene conto, cominciò a ticchettare sulla tastiera.

 

“Il percorso era sempre lo stesso. Ogni giorno. A piedi fino alla fermata, saliva sul bus diretto a Porta Nuova, poi scendeva in metropolitana. A Porta Susa risaliva in superficie e prendeva un altro bus. Direzione Corso Lombardia. Infine un ultimo tratto a piedi fino da lei.”

 

Aveva bucato il foglio. Continuò a scrivere. Sempre più veloce. Era seduto, ma la sua mente era lontana, era tornata nella stazione sotterranea della metropolitana. Sentiva ancora la risata della ragazza, in lontananza, ma il treno in arrivo cancellava tutto. Calde lacrime gli rigavano le guance.

Ci stava riuscendo. Stava finalmente scrivendo la sua storia.