Aveva i capelli sciolti e lo sguardo di pioggia, in quella fotografia.
Avrà avuto vent'anni ed era più bella di tutte le cose vive.
Era morta giovane ed io non lo sapevo, la sua foto stava appesa sopra una mensola e dei lumini la innaffiavano di bagliori rossastri. Presi l'abitudine di fissarla a lungo, nel lunghi pomeriggi estivi, quando l'afa era tremenda e non si poteva scendere in cortile.
Tra lo sbuffo del ferro da stiro di mia madre e la televisione accesa su una telenovela, io sbirciavo di sbieco il ritratto della donna bellissima. Sembrava assumere diverse espressioni a seconda del mio umore, quel suo sorriso dolente, irto di promesse non mantenute, di silenzi indecifrabili.
Non era come nessun'altra ragazza che avevo modo di vedere a scuola, per strada, durante quella mia complicata adolescenza pregna di disagio e solitudine. A tutte le altre mancava quell'alone etereo che la ragazza nella foto invece possedeva. Tutte erano terrene e comunque sempre più brutte di lei, nella loro concretezza di esistenti.
Non mi azzardai mai a chiedere chi fosse, né a mia madre né tanto meno a quell'orso di mio padre. Stava tra i santi della famiglia, ma io proprio non pensavo fosse morta.
Arrivai a cercare in casa frammenti di lei, segni ed indizi della sua esistenza, e di dove fosse, dove abitasse, che legame ci fosse tra lei e la mia famiglia.
Forse mi ero innamorato.
Il cuore palpitava prepotente quando ero ad un metro dalla sua foto, quando l'occhio cadeva risucchiato nel suo, di pioggia e tempo e polvere e chissà quali visioni dentro di lei.
A scuola scrivevo lunghe lettere infervorate, ma non avevo l'indirizzo a cui spedirle.
Passò il tempo. Conobbi la concretezza dell'amore e le sue rappresentazioni reali.
La mia voglia di poesie fatta d'aria e stupore lasciò il posto al desiderio di un abbraccio, di un amplesso. Mi scordai della ragazza in foto.
E solo dopo anni, casualmente, andando a trovare i miei di già che vivevo da solo, incappai in quello sguardo sereno ma triste e chiesi (svanito il terrore di tredicenne, scomparsa la mia ingenuità) ma chi diavolo fosse quella ragazza in mezzo, tra gli altri, alla nonna, allo zio Gustavo, e a mio cugino annegato.
"Quella è tua sorella" mi disse mia madre, asciugandosi una lacrima che non vidi.
"Vuoi sapere com'è morta?" aggiunse, impettita nel suo grembiule da casa.
Le dissi di no.
Concorso 2009
Concorso Parole in Corsa GTT
La fotografia
di vito ferro
