L’uomo entrò nella piccola libreria e come di consueto cominciò a sfogliare i libri prendendoli dagli scaffali. Li sceglieva a caso, senza un criterio apparente, ne leggeva rapidamente il risvolto, poi la prima pagina. Se disponibili gli interessavano le notizie sull’autore. Dove era nato e quando, cosa aveva scritto in precedenza, dove viveva o dove era morto se lo era. Nel frattempo, gettava rapide occhiate agli altri clienti. Nella convinzione che ogni persona è un po’ quello che legge, osservava i presenti e scrutava i libri che questi sfogliavano. Così faceva anche quel pomeriggio e mentre stava esaminando un tizio che consultava una guida turistica, gli capitò in mano una raccolta di racconti. Lesse saltando qua e là qualche brano a caso, la prosa non era un granché. Girò qualche pagina e cominciò un nuovo racconto le cui parole gli sembrarono subito familiari. Letta la seconda riga il libro quasi gli scivolò dalle mani. Ciò che stava leggendo non era logicamente possibile. Provò una sensazione di vuoto e qualche brivido sparso per tutto il corpo. Strizzò gli occhi come per svegliarsi, continuò a leggere. Alla fine dovette ammettere ciò che non voleva credere. Il racconto che stava leggendo era suo. L’aveva scritto lui più di un anno prima, o almeno era identico a quello che attualmente si trovava archiviato con il titolo “Il racconto” in una cartella intitolata “scritti” sul desktop del suo computer. Non aveva mai cercato di pubblicarlo proponendolo a qualche editore come invece aveva tentato senza fortuna di fare con almeno due romanzi. Non l’aveva fatto leggere a nessuno e tantomeno lo aveva stampato. Non lo considerava neanche un bel racconto e da tempo non se ne era più preoccupato. Che qualcuno avesse violato il suo computer, rubandogli del materiale? O forse non si ricordava di averlo inviato a qualche conoscente? No, era sicuro. Il racconto non era mai stato condiviso.
Eppure l’evidenza era lì davanti ai suoi occhi. Il racconto che stava leggendo era identico al suo dall’inizio alla fine. Chiuse il libro e uscì, aveva bisogno fumare.
Passeggiando nervosamente continuò a pensare, ma non riusciva a capacitarsi di quanto stava accadendo. Proseguì a camminare bruciando una dietro l’altra numerose sigarette.
Era possibile che l’autore avesse avuto la sua stessa idea, ma non poteva aver usato le stesse identiche parole. Ogni elucubrazione lo portava a pensare che in qualche modo l’autore lo avesse derubato. Già, l’autore. Gli venne in mente che in preda all’agitazione non ne aveva neanche letto il nome. Non aveva memorizzato nemmeno il titolo della raccolta, né l’editore. Tornò di corsa verso la libreria, ma era ormai passato l’orario di chiusura. Con un’imprecazione dovette rassegnarsi a tornare a casa e a rimandare al giorno successivo le sue domande.
Quella sera, camminando verso la sua abitazione, poi consumando una rapida cena e cercando di dormire, l’argomento che gli occupava la mente era sempre il medesimo. Assumendo che non stesse impazzendo, era ovvio che qualcuno si era appropriato in qualche modo del suo racconto. E, dando credito alla sua certezza di non averlo mai diffuso e alla sicurezza che nessuno avesse violato il suo computer, la conclusione era una sola. Tutto ciò era impossibile. Si convinse così che l’indomani sarebbe tornato alla libreria e, cercato il racconto all’interno del volume della raccolta, non l’avrebbe più trovato. Probabilmente non avrebbe trovato neanche la stessa raccolta.
Così, l’indomani mattina, persuaso che il caos illogico del giorno prima sarebbe stato spazzato via dalla ricomparsa del naturale ordine delle cose, si recò alla libreria. Con grande delusione dovette tuttavia constatare che non solo esisteva il libro di racconti, ma anche il presunto racconto rubato era al suo posto come il giorno precedente. Prima di essere nuovamente preso dall’agitazione e dalla rabbia, lesse il nome dell’editore, sconosciuto, e il nome dell’autore “M.C. Escher”, che al contrario gli suonava vagamente noto. Con fermezza resistette alla tentazione di andarsene di corsa e comprò il libro prima di uscire. Si sarebbe rivolto ad un avvocato, facendo causa alla casa editrice e all’autore. In qualche modo avrebbe dimostrato la paternità del racconto e le cose si sarebbero risolte per il meglio. Anzi, avrebbe persino ottenuto un risarcimento e probabilmente un po’ di notorietà utile per le sue future pubblicazioni.
Fumando rinfrancato da queste nuove considerazioni, dopo aver camminato per un po’, si sedette su una panchina di un parco. Pensò che tutto sommato era un bel racconto, meritava di essere pubblicato e tutto questo preoccuparsi era inutile. In fondo, scrivendo quelle pagine più di un anno prima aveva creduto di essere l’origine del domino, ovvero colui che esercita la spinta iniziale, ora semplicemente si accorgeva di essere un mero tassello. Si risolse così a leggere e a godersi per l’ennesima volta il racconto. Aprì il libro appena acquistato, le parole già gli sovvenivano, ormai erano impresse nella memoria. Cercò il punto esatto e cominciò a leggere: “L’uomo entrò nella piccola libreria e come di consueto cominciò a sfogliare i libri prendendoli dagli scaffali…”.
