Esco o rimango a casa?
La camicetta bianca con i puntini neri o le equazioni di Lagrange?
L’esame è alle porte, il dubbio sale…
Sottrarre un intero pomeriggio all’analisi matematica od imboccare proprio la via dov’è nato questo scienziato per raggiungere la chiesa di San Filippo?
Però Mozart è sempre Mozart. E quante volte ho avuto l’occasione di ascoltato dal vivo?
Nessuna, che vergogna!
Ed è pure gratis. Basta indugiare, il tram, procedendo nel suo percorso mi culla assieme ai sensi di colpa, poi mi scarica all’appuntamento.
La chiesa è grande e c’è parecchio brusio.
Anche arrivando in anticipo, i posti sono quasi tutti occupati.
Non importa, mi accomodo in una cappella laterale, lontano dagli sguardi indiscreti, perchè in borsa ho un libro di analisi.
Ripasso un primo teorema e poi un secondo. Ricordare a memoria i passaggi delle dimostrazioni mi fa sentire meno colpevole, ma non mi concentro a sufficienza.
Finalmente è ora. Entra l’orchestra e poi scende il silenzio. Anche l’arpa e il flauto attaccano con il primo movimento, in un’atmosfera quasi magica dove non vola letteralmente una mosca, ma nel secondo movimento noto l’ondeggiare di certi vetri a goccia che pendono da un grande lampadario laterale.
La luce che filtra dalle finestre a cuore di bue li colpisce proprio in quel momento del giorno e l’impercettibile movimento d’aria creato dal respiro di tante persone fa sì che si creino, sui muri e nell'aria, dei variegati e piccoli arcobaleni. Penso ai colori che danzano con la musica. Che bella sensazione!
E per un po’ mi abbandono nella meraviglia di quel gioco che avrei provato da bambina, ma il concerto sta per finire.
L’ultima nota, poi un impercettibile silenzio che sembra arrivare da un mondo lontano, segue l’applauso e si ritorna alla realtà.
Alle volte, nei pomeriggi di fine settembre, con lo stesso motivo in testa, ritorno ad osservare quel lampadario laterale, sperando che la luce giusta ed una corrente d’aria mi restituiscano quelle, ormai, lontane suggestioni.
