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INDIPENDENCE DAY

di Giorgia ACTIS

Sono sempre stata una bambina indipendente, sin da piccolissima: ho sempre cercato di fare tutto da sola credendo, ovviamente, di avere sempre ragione, di fare sempre la cosa migliore, di essere sempre infallibile.

 

Sempre… fino all’Indipendence Day.

 

E’ una mattina dell’inverno 1987, dicembre, fa Freddo. Il Freddo, con la “F”, quello che ti fa scendere il moccolo dal naso e poi te lo ghiaccia subito dopo, facendoti assomigliare ad una grotta di Toirano.

 

(A quei tempi i miei genitori avevano appena ricavato la mansarda dal sottotetto della cascina dove vivevamo e il riscaldamento non c’era ancora. ndr)

 

Suona la sveglia, vorrei suicidarmi piuttosto che alzarmi dal letto.

Pressata da una coltre di caldissime coperte  non ho nessunissima intenzione di uscire per andare a scuola. Ma devo.

 

Riemergo dal fondale azzurro carta da zucchero del mio letto. Scendo le scale e trovo mia madre in cucina - caldissima cucina - che mi dice “Sbrigati, altrimenti perdi il pullman. Vai a lavarti che ti preparo il latte”.

 

Così vado in bagno, tiro giù pigiama e mutandine per fare pipì e… che cos’è quella enorme macchia rossa sulle mie mutandine preferite?!?

 

Mio Dio, il giorno di cui mi hanno sempre parlato mamme, nonne, zie e vicine di casa (quanta gente non si fa i fatti suoi oggigiorno) è arrivato:


“Sono Signorina”

Un pensiero astruso mi passa per la mente “Ma prima ero maschio?”. Lo scaccio, perché mi sembra una domanda stupida e fuori luogo, così non mi rispondo.

 

Una domanda più importante mi si affaccia nella mente “E ora, come lo dico a mia madre?”. Fuori discussione è andare da lei e dirle con nonchalance “Sono Signorina”, perché potrebbe fare domande se il significato della frase le risultasse oscuro. E non saprei cosa rispondere, o meglio, sarebbe imbarazzante.

 

Cerco nella memoria, ma nei film che ho visto nella mia breve vita non c’è nessuna scena che spieghi come fare! Saprei sparare, costruire bombe con l’aceto e il bicarbonato come fa MacGiver, accendere un fuoco e negoziare con gli indiani… ma questo proprio no.

 

Decido, quindi, di fare come farebbe il moderno Grissom di CSI: le porterò le prove! Ecco, la soluzione migliore, non dovrò spiegare nulla. Così mi lavo, mi cambio e tengo da parte la “Prova”.

 

Una volta vestita, vado da mia madre con in mano il “Tutto”, entro in cucina e le porgo il fagotto con la macchia ben in vista, senza dire una parola. Lei vede, capisce (meno male), e mi abbraccia piangendo. Penso “Ma non me l’avevano prospettata come una cosa bella e importante? Perché piange?”.

Che strane le mamme.

 

Poi mi fa una domanda a cui non sono preparata…

 

“Lo sai mettere l’assorbente? Ti faccio vedere?”

 

Mia mamma è MIA mamma e dovrebbe saperlo che non mi deve chiedere se so fare una cosa perché sa che non dico mai NO. Ma forse in questo momento l’emozione le gioca un brutto scherzo.

 

Anche un po’ per non farla più piangere, le dico “Certo, cosa vuoi che sia? Si che lo so fare!”. Non posso certo farla preoccupare oltre.

 

Così mi consegna un assorbente. Non uno di quelli ExtraSottiliLusso che ci sono oggi, ma un panetto di cotone spesso un centimetro e largo quattro che sembra rubato da sotto un quadro svedese. Ma prima di produrlo le hanno prese le misure? Non dico alle bambine – anzi Signorine – ma almeno alle adulte!

 

Noto che la confezione ne contiene una ventina e mi chiedo per quanti anni basterà… perché ne basta uno al mese, giusto? Fatto il botto, non se ne parlerà se non al prossimo plenilunio… credo.

 

Vado in bagno con il mattoncino in mano e lo guardo, lo studio. Non sarà così difficile, lo fanno tutte. Da un lato c’è uno strato morbidissimo di bianco cotone, dall’altro c’è la colla con la linguetta da tirare.

 

Nella mia mente si crea un ragionamento contorto, ma perfetto per una bambina di dodici anni un po’ emozionata: se la macchia è finita sulle mutande e l’assorbente deve assorbire la macchia, la parte assorbente andrà sopra le mutande! Sono un genio, sono sempre la più brava!

Stacco la linguetta di protezione, appoggio la parte morbida sulle mutandine e tiro su tutto! Che brava! Ecco fatto! Che ci volev…ops…ma cos’è questa strana sensazione.. di… di… NOOOOOOOOO! Ho sbagliato! Panico. E adesso? Devo toglierlo.

 

Ma nella mente si affaccia una realtà ancora più agghiacciante dell’ammissione dell’errore: la colla si è attaccata tutta sui peli, i mie primi peli… e ancora non conosco i delirio di dolore della ceretta alle gambe, ancora non so sopportare stoicamente il dolore che si prova per migliorare il proprio aspetto.

 

Ma devo farlo. Devo toglierlo. E strappo…

 

A mia madre non ho mai detto niente. Ho rubato un altro assorbente dalla confezione, tanto ho poi scoperto che ne serve qualcuno in più di uno al mese e non se n’è mai accorta.

 

Da quel giorno ho imparato che non posso essere sempre indipendente, che non posso fare sempre tutto da sola. Se non conosco un argomento, se non so fare qualche cosa è meglio passare da stupida e chiedere - evitando un danno - che passare da furba, subendo conseguenze ben peggiori.

 

Da quel giorno ho raggiunto l’indipendenza dal mio egocentrismo.

 

G&g