L’agendina di Vittorio era piuttosto vissuta e molti nomi erano cancellati con una riga ordinata, tirata col righello, con vicino l’appunto “defunto”. Negli ultimi anni era stato sempre più solo, in compagnia dei suoi fantasmi. Chi non ne ha? La cosa importante è non passare mai troppo tempo con loro.
I fantasmi non sono tanto i semplici ricordi di quelli che non ci sono più, sono piuttosto certi ricordi forti, di certi momenti, cristallizzati e anche deformati dalla reiterazione dell’evocazione. Lo sguardo di tua madre, quando eri bambino, ma quello di un determinato giorno in cui l’hai sentita particolarmente vicina o spaventevolmente lontana, o la prima volta che è morto qualcuno a cui volevi bene e hai capito all’improvviso che morire è irreversibile e ti è venuto il magone pensando che c’era una cosa che non gli avevi detto, non era particolarmente importante, ma ora era importantissima perché non ci sarebbe stato più il tempo né il modo per dirla. O quel bacio che non hai voluto e che aveva senso solo in quel momento, e che dopo lo avresti anche dato, o magari l'hai dato, ma il momento non era più quello che hai lasciato scappare e che non sarebbe mai più ritornato.
I fantasmi vengono a visitarti quando sei tanto triste, quando hai paura, o sei solo, o quando ti sembra di non essere capace di superare un brutto momento. E quando sei vecchio.
Tra le poche persone che seguivano il funerale, soltanto una aveva l’aria addolorata e sembrava essere il punto di riferimento per l’impresario delle pompe funebri.
Greta, si chiamava così in onore della Garbo, di cui suo papà era un ammiratore, non aveva più nessuno. Vittorio era tutto quello che aveva avuto, fino a due giorni prima, e ora le restavano il ricordo del suo affetto e la sua eredità. Era rimasta orfana di padre a 15 anni, al secondo anno delle scuole superiori. Da allora sua madre, che già non era una persona equilibrata prima, era vissuta nel terrore di finire in miseria. Aveva fatto cambiare percorso di studi alla figlia, perché di infermiere ce n’è sempre bisogno e un’orfana non si può permettere il lusso degli studi classici; poi le aveva rovinato l’adolescenza perché nella vita ci sono doveri e responsabilità e dopo anche la gioventù che bisognava risparmiare per comprare un alloggio, nel caso fosse rimasta sola, e ad ogni modo se uno è proprietario del tetto che ha sulla testa ha già una bella preoccupazione in meno.
Non doveva uscire, non doveva spendere, non doveva frequentare amiche con grilli per la testa, doveva trovarsi un marito, ma il buon partito la doveva venire a cercare a casa perché in giro di sera con i ragazzi ci andavano solo le poco di buono.
Il risultato era stato una figlia zitella, complessata, senza personalità né velleità.
Quando la madre era morta, Greta aveva quasi cinquant’anni, ma di quelli di una volta: gonne a metà polpaccio o al ginocchio nella migliore delle ipotesi, camicette bianche con le cifre ricamate sul petto, scarpe confort col mezzo tacco, capelli castani ondulati naturali tagliati un paio di volte l’anno appena sopra le spalle, collant da 40 denari con le gonne e gambaletti col bordo alto per non fermare la circolazione con i pantaloni, che però metteva di rado. Il ‘68 era passato senza lasciare su di lei nessuna traccia. Aveva un alloggio in proprietà, nessun amico e un lavoro come infermiera alla casa di riposo ancora per un po’ di anni prima della pensione.
Vittorio era arrivato lì dopo un infarto; non aveva nessuno e non poteva più stare solo in casa, ma era ancora lucido e alla soglia degli ottant’anni non aveva ancora perso la voglia di vivere. Aveva conosciuto Greta che si soffiava il naso ogni dieci minuti e le aveva detto che più che vecchi non si diventa, che i morti sono morti e i vivi sono vivi e che piangere per la madre andava bene, ma lei era ancora giovane e carina e di vita davanti ne aveva. Non glie l’aveva mai detto nessuno, carina, e allora si era affezionata. Poi lui sapeva un sacco di cose, aveva viaggiato, era stato in guerra, ma ne parlava in un modo assai diverso da come ne aveva sentito raccontare dalla madre, sembrava persino meno terribile.
A casa da solo non ci sarebbe potuto stare, lei lavorava tutto il giorno, e poi lei non aveva mai superato il blocco mentale verso le cose sconvenienti, secondo la classificazione di sua madre. Però una volta erano andati via per un fine settimana, in una pensione nella parte nord del lago di Garda, camere separate. Era stato bello.
Dal canto suo Vittorio era già contento di aver trovato una persona a cui affezionarsi, non gli capitava da tanto tempo, in gioventù era stato uno spirito libero e la libertà ha un prezzo. L’avrebbe persino sposata, se non altro per lasciarle la pensione di reversibilità che a lei avrebbe anche fatto comodo, ma non era stato possibile: faceva parte delle cose sconvenienti.
Ora Vittorio non c’era più e anche Greta avrebbe avuto il suo fantasma: la nostalgia per un sentimento insperatamente entrato nella sua vita, tenuto a bada dall’altro fantasma, prevalso anche in questa tardiva occasione.
