20 dicembre 1969. Baton Rouge, profonda Louisiana, profondo Sud degli States: le giornate in estate sono umide ed afose, a volte appaiono interminabili, i rumori della vegetazione rischiano di essere alla lunga insopportabili ma con l’abitudine si tramutano nella tua colonna sonora giornaliera. Il clima forgia il carattere dei nativi di queste zone: pronuncia allungata, andatura lenta, quasi rilassata o “molleggiata”, l’etica lavorativa, l’assaporare appieno le giornate come “modus vivendi”, il football come religione.
12 gennaio 2000. Charlotte, North Carolina: “The Queen City”, al tempo dimora della franchigia Nba degli Hornets, è il centro finanziario, economico e punto di riferimento totale per lo Stato che comprende anche la “Tobacco Road”, campo di battaglia per l’eterna rivalità tra UNC e Duke e area dalla cui atmosfera si potrebbe estrarre l’essenza più pura del basket.
Tra queste due date, questi due luoghi è intercorsa la vita di Bobby Ray Phills II, un figlio come tanti del Mississippi, ma anche ragazzo d’oro, che partendo dalla non memorabile Southern University di Baton Rouge (28 ad allacciata di scarpe nella stagione da senior), tradusse in realtà un sogno chiamato Nba. Per completarlo però si rese necessaria un’ulteriore gavetta visto che, dopo la scelta al numero 45 del Draft 1991 ed una stagione vissuta da spettatore non pagante sulla panchina di Milwaukee, dovette ripiegare sui parchi di Sioux Falls, in CBA. Il martirio durò per fortuna lo spazio di qualche mese, fin quando non fu Cleveland, convinta dai 23 punti in dotazione a serata, a riportarlo nella Lega “cugina” di maggior prestigio. Sei anni in Ohio (intorno ai 10 punti di media), a cui ne seguirono tre da Hornet al fianco di gente come Glen Rice (superbo tiratore da qualsiasi distanza e vincente sia a livello collegiale con Michigan, che al piano superiore con i Lakers di Kobe e Shaq), Dell Curry (altro shooter balisticamente notevole, il cui figlio Stephen sta attualmente facendo onde in NCAA con Davidson University), Tony Delk, Vlade Divac (“Marlboro Man” e due mani all’europea che per un centro di quella stazza lì dovrebbero essere off-limits), Tyrone “Muggsy” Bogues (160 centimetri di play tascabile per antonomasia) e David Wesley (grande amico di Bobby). Un percorso simile di raggiungimento dell’Nba lo compì Avery Johnson (natìo di New Orleans), che dopo gli eccellenti anni alla Southern fu tuttavia trascurato da ogni scout e general manager: “undrafted” dunque, ma in grado di conquistarsi le luci della ribalta vincendo prima il titolo al fianco di Tim Duncan nel 1999 (finale contro i Knicks di “Spree” e Allan Houston) e poi aggiudicandosi giusto un paio di anni or sono il premio di “Coach of the Year” al timone dei Dallas Mavs. Ugualmente luci, ma non certo portatrici di gioia, furono invece quelle che Bobby si ritrovò di fronte nella mattinata del 12 gennaio dell’anno di apertura al nuovo Millennio: appartenevano ad un’auto, su West Tyvola Road nei pressi del Charlotte Coliseum (pochi chilometri a sud di downtown sostanzialmente), contro cui la Porsche 993 Cabriolet di BP si schiantò tragicamente dopo aver perso il controllo del mezzo. Il lavoro eziologico della polizia locale portò alla luce che Bobby stava guidando, con un limite di 45 miglia orarie (circa 70 km/h), oltre le 100 mph, 75 secondo altre fonti, per raggiungere la propria moglie Kendall, fin quando uno sbalzo della vettura non l’ha gettato in mezzo alle fauci del tragico destino. Alcune macchine più avanti c’era David Wesley,il compagno ed amico insieme a cui avrebbe dovuto recarsi all’appuntamento, considerata la presenza anche della moglie di quest’ultimo, il quale fu in seguito incriminato per guida incauta e spericolata, tanto che si pensò addirittura ad una gara di velocità tra i due. Coach Paul Silas, avvisato dell’accaduto, si recò sul posto del misfatto e vide la fiamma di Bobby spenta definitivamente tra le lamine accartocciate. Due ore o poco più. Tanto ci volle per estrarre il corpo dalle macerie, un corpo pittoresco (1.95 per 105 chili di soli muscoli) , tagliato su misura per i “tight end” della Nfl. Sul parquet era una guardia tiratrice dalla mano morbida (ruolo che si è costruito strada facendo a partire dalla Tuskegee High School, per la quale evoluiva in special modo da centro) e ottimo difensore (ben nota la risposta “Michael who?” alla domanda di un giornalista, che chiese se lui temesse affrontare Michael Jordan) , oltre che figura carismatica all’interno dello spogliatoio; al di fuori era invece uomo di grande intelligenza, devoto, altruista e disponibile (fondatore della “Bobby Phills Educational Awareness Foundation”, nel 1996, per l’aiuto di bambini meno fortunati), con un sorriso in grado di scioglierti l’anima, ma soprattutto padre di tre bimbi. Quella maledetta mattina però, il futuro oscurò le proprie carte. Il ritmo blando del ragazzo del Sud aveva aumentato le sue frequenze poco prima delle ultime note, ma la vera musica, quella che viene dal cuore, non muore mai e come direbbe Puff Daddy (o P.Diddy) “I know you still living your life, after death” Bobby.
