Non c’è un filo di trucco sul viso della donna che attende il bus sotto la pensilina. Eppure quei lineamenti delicati, malinconici, li avevo già visti da qualche parte. I lunghi capelli biondi, raccolti da un fermaglio anonimo, mettono in risalto lineamenti da est europeo. Gli occhi chiari cercano, di tanto in tanto, lo spuntare in lontananza del bus che dovrebbe portarla da qualche parte.
Strana combinazione. Non è mia abitudine prendere l’autobus ma stamattina mi attende una riunione di lavoro in centro città. Praticamente impossibile andarci in auto. Ed eccomi qui, sotto questa pensilina, con un’estranea e un autobus che ancora non arriva.
Siamo soli, lei ed io, a questa fermata di periferia nella luce mattutina di una città che si sta preparando alla frenesia di una nuova giornata.
La osservo senza farmi notare. Non vorrei sembrare invadente né essere scambiato per qualche squallido attaccabottoni. Sono però quasi sicuro. Quel profilo mi ricorda qualcosa. Lei si accorge del mio sguardo e si volta verso di me. Fingo di guardare l’ora. Che stupido, penso. Non è certo un espediente tanto originale. Lei si aggiusta la borsetta stringendola di più al fianco. Avrà paura? In fondo sono un estraneo e lei è qui, sola con me. Nel gesto si inclina la borsetta e cade un biglietto. Anzi, no. A ben guardare è una fotografia: un bambino sorridente che pedala su un triciclo. Stessi lineamenti, stessi occhi della donna. Lei si affretta a raccogliere la foto. Sul retro leggo un appunto: Avvocato Callegari.
D’un tratto un flash. Una sequenza di immagini si affolla velocemente nella mia mente.
E’ notte fonda. Un’auto corre veloce. Amici. Forse abbiamo bevuto un po’. Stivali bianchi, tacchi a spillo. Una gonna cortissima. Lunghi capelli biondi su un viso vistosamente truccato. Uno sguardo triste mi investe come una doccia fredda. Non ricordo altro. Buio nella notte e nei pensieri ma il senso di vuoto e di malinconia quelli si, li ricordo. Così presenti da rivivere quei momenti come se fossero adesso.
E’ lei ora a fissarmi. Gli occhi tradiscono l’incertezza o l’imbarazzo. Mi avrà riconosciuto?
“Scusi, ma lei…” inizio la frase senza sapere bene come andrà a finire.
D’improvviso la donna mi sfiora le labbra con un dito. Mi fa cenno di tacere. Una lacrima spunta sulle belle ciglia.
“Non so italiano, scusa”.
Ora però non ho più dubbi. Quella voce, quell’accento erano là, quella notte. Callegari era con noi. Lui guidava la macchina a tutta velocità. Poi ci siamo separati e rivisti in studio, il lunedì.
“Signorina, senta, quel bambino, è suo figlio?” chiedo come se mi fossi risvegliato proprio in quel momento.
Lei ha come un lampo di luce negli occhi. Mi fa cenno di si.
“Se vuole la posso aiutare”. La mia voce si perde nel rombo dell’autobus che giunge proprio in quel momento.
“Non so italiano, scusa” mi ripete e sale in fretta sul mezzo accomodandosi dietro l’autista.
Rimango interdetto. Non so che fare ma sento, sinceramente, che lei davvero ha bisogno d’aiuto ed ha paura.
Salgo anch’io giusto un attimo prima che le porte si chiudano. La raggiungo e gentilmente le dico “Comunque se avesse bisogno di qualcosa conti pure su di me”. Le offro il mio biglietto da visita, pronto anche a vedermelo rifiutare. Invece no. Le spunta un sorriso, dolce, appena accennato sul bel viso senza trucco. “Grazie”mi risponde “suo nome è Michele” aggiunge, indicando il bambino nella foto. Le sorrido. Michele è anche il mio nome.
