Era finita, non c’era più nulla da fare, erano morti tutti e io…credevo di star facendo dei miracoli, non avevo mai combattuto così in vita mia, ma, ad un certo punto, mi ritrovai circondato da un’orda di nemici, ero pieno di ferite, le gambe non mi reggevano più, la vista mi si era appannata, non capivo più nulla, sapevo solo che non sarei stato in grado di uccidere più neanche uno solo di loro; un buco, e dietro, la foresta…allora mi buttai in mezzo alle fronde, correvo, ma sbandavo, sbattevo di continuo e non sapevo dove andavo, finché incontrai un muro. Mi appoggiai, sfinito, pieno di dolore; riuscii a recuperare un po’ di lucidità: l’acqua, avevo dell’acqua nella borraccia; senza badare al dolore la presi e me ne versai un po’ in faccia; l’acqua fresca mi risvegliò dal torpore: dovevo curarmi: presi le garze e le erbe disinfettanti; prima di tutto mi lavai le ferite, poi applicai le erbe e fasciai quelle più gravi.
Bevvi un po’ d’acqua e mi alzai; di fronte a me si erigeva una costruzione vagamente orientaleggiante, a più piani, prevalentemente di colore rosso, decorata da cornicioni e fregi di diversi colori, dal giallo, al blu, al verde, e una porta, piccola, sulla destra; mi avvicinai sofferente, presi in mano la maniglia e in un attimo mi ritrovai per terra, al buio; poi una lieve luce illuminò lo spazio davanti a me: c’era una scala, sembrava senza fine, ma si vedeva un puntino luminoso in fondo e allora recuperai la speranza, dovevo farcela; mi mancavano le forze, cominciai a salire, stremato, ma la mia mente si mise a vagare, a pensare al passato, a tutto ciò che era successo; rividi i volti dei miei familiari, dei miei amici, di tutti coloro che avevano combattuto al mio fianco: sorridevano e mi guardavano…erano tutti morti e io stavo per raggiungerli, ma io ero scappato, non riuscivo a perdonarmelo, piangevo. Era finita, sentivo la morte vicina; mi stavo lasciando andare quando tutto divenne di una luce intensa, e in quel momento mi apparve lei, la ragazza che amavo, anche lei mi sorrideva; non avevo mai trovato il coraggio di dirglielo e adesso non potevo più farlo; sempre sorridendo, mi disse: “…non mollare…vivi e sii felice…io sarò con te…” il cuore mi si riempì di gioia, e poi di determinazione; ero vicino all’uscita: pur sempre sfinito, con uno sforzo enorme mi diedi uno slancio, ormai toccavo la luce e con le ultime forze mi trascinai dentro: era tutto bianco e lucente, mi sentii svuotato: caddi…
Morbido, fresco, fu ciò che provai al mio risveglio; aprii gradualmente gli occhi: ero sdraiato nel bel mezzo di una verdeggiante ed immensa distesa d’erba, di quelle che si vedono solo nei sogni; sarei stato fermo lì, a farmi accarezzare da quel fresco venticello per sempre; poi notai un ruscello, che scorreva in mezzo all’erba, la sua acqua era limpidissima e solo allora mi vidi e mi accorsi che non avevo più alcuna ferita. Guardai oltre il ruscello e il mio sguardo incrociò una casa dal cui camino usciva del fumo, allora mi avvicinai, bussai, ma nessuno rispondeva; allora presi la maniglia e questa mi portò dentro con sé, ma con dolcezza: c’era una donna, seduta su una sedia a dondolo a ricamare su un pezzo di stoffa, mi accostai a lei: non disse niente, ma sulla stoffa vidi piano piano materializzarsi una costruzione vagamente orientaleggiante, a più piani, prevalentemente di colore rosso, decorata da cornicioni e fregi di diversi colori, dal giallo, al blu, al verde; allora mi disse: “alla fine ce l’hai fatta…sono contenta”. Non sapevo cosa dire “…no, tranquillo, non sei morto…anche se in un certo senso…dai, non fare quella faccia da ebete…tu vivevi in un mondo, ma è stato invaso dall’oscurità, hai combattuto con onore, ma non hai potuto opporti...sei rimasto l’ultimo e per il tuo animo puro ti è stata aperta una porta…la porta che conduce a questo mondo…il mondo che viene chiamato “Il premio di consolazione”, ma non è poi così male come premio; potevi varcarne la soglia ad una condizione: che abbandonassi il tuo mondo in pace con esso e con te stesso, senza rimpianti; tutti quelli come te si riuniscono qui e vivono sereni come non sarebbe mai stato possibile per loro nel mondo in cui erano nati…in questo luogo avrai l’occasione di una vita vera…non è un mondo perfetto, sarebbe troppo noioso…è un mondo vero, con i suoi difetti, ma è adatto a te e a tutti coloro che arrivano qua…”. La vecchia donna si alzò e si avvicinò ad una parete della baita, dove comparve una porta, la aprì e mi disse: “Vai…il premio di consolazione ti aspetta!”.
Potrei raccontarvi di aver chiesto di farmi tornare nel mio mondo per liberarlo dall’oscurità che lo aveva colpito e che con enorme fatica e sacrifici ce la feci e che la pace tornò a regnare, ma questo è ciò che accadrebbe in un romanzo, oppure potrei dirvi di ciò che era accaduto prima, ma non avrebbe senso: ero lì perché nel mio mondo non avevo più nulla da fare e perché tutte le persone che erano state importanti per me volevano che io potessi continuare a vivere; il tempo del mio mondo era finito; e così fu, entrai in quel mondo, e vissi felice, perché colei che amavo mi aveva chiesto di farlo e perché sapevo che amici, famiglia, tutti coloro a cui avevo voluto bene sarebbero per sempre stati con me e che io non li avrei mai dimenticati…
