Il caffè è sempre bruciato e i cornetti sono mezzi crudi, ma in effetti, chi sono io per lamentarmene, ché al mattino, pur di non fare due passi in più, continuo a far colazione in questa bettola poco incline alla qualità? Non merito nulla, lo so, quindi pago i due euri al buon uomo dietro al banco, mi infilo le cuffiette e imbocco l’uscita.
Il freddo mi taglia la faccia e gli occhi mi si riempiono di lacrime. Sono quasi le otto
del mattino e il cielo è ancora buio mentre nelle orecchie mi esplode la voce dell’Uomo in
Nero che dice di aver visto l’Oscurità. Io pure, qui e ora.
Mi trascino con passo stanco fino alla stazione della metro, lasciandomi inghiottire dalla terra
e godendo del tepore che solo un posto al chiuso può offire. Ogni due minuti, un convoglio. Sulla banchina nessuno
ad aspettare. Dev’esserne passato uno da poco. Mi appoggio al muro e lascio
correre la fantasia.
Torino è New York e io sono in Union Square mentre aspetto gli altri Guerrieri.
Ma anche.
Anno 2128 d.c., io sono un clone di Scialpi e mi han sepolto qui, sotto la metropoli, rinchiuso in un metrò che non
parte mai.
Oppure.
Oppure niente, arriva la metro. Le porte si aprono, lascio scendere cinque
persone e poi salgo. Il fischio della chiusura porte è udibile anche con il
volume discretamente alto. Una macchia di colore entra al pelo e si siede proprio di fronte a me. Una macchia di
colore. Non sono riuscito a vedere
null’altro. Alle otto di mattina ho i sensi ancora in branda.
La metro parte e la mia messa a fuoco pure. Osservo la macchia di colore. E’ una ragazza. Ha un buffo cappello
in lana cotta verdone scuro con un fiore viola incollato
sopra; ha una giacca in velluto
dello stesso colore del berretto e un
paio di pantacollant viola, con delle paperine in tinta; ha gli occhioni grandi da manga
giapponese truccati in maniera eccentrica, un po’ alla Maya di "Spazio
1999", e le labbra più rosse e
carnose e belle che mi sia mai capitato di vedere.
Rimango incantato. Provo a distogliere lo sguardo ma mi è praticamente impossibile. Continuo a guardarla, mentre fingo di buttare l’occhio oltre. Oltre
cosa? Oltre niente, visto che dietro di lei c’è solo il tunnel della metro che
scorre dietro ai vetri. Così succede che anche lei comincia a guardarmi. Ci guardiamo per ben
quattro fermate consecutive, con le pupille inchiodate l’uno negli occhi dell’altro.
Ci guardiamo senza muovere
nulla, neanche un muscolo facciale, ci
guardiamo per il solo gusto di guardarci, immobili, in silenzio, circondati da un’umanità frenetica che continua a fare tutto come se
niente stesse accadando, quando invece ci sono due cuori che stanno ardendo di passione
e non trovano uno straccio di modo intelligente per dimostrarlo. Ci guardiamo per ben quattro fermate, anche perché di più non potremmo,
visto che a me tocca scendere.
Le porte si aprono. Esco e mi dirigo verso le scale mobili, stando ben attento a non sollevare lo sguardo dalla punta delle scarpe. Ma la sento.
Sento che mi sta seguendo con i suoi occhioni, sento che reclama attenzione.
Non resisto. Così, mentre lentamente vengo risputato nel gelo di
un mattino invernale, giro lo sguardo verso il vagone proprio mentre il
fischio di chiusura porte rompe il silenzio. Giro lo sguardo e per un’ultima volta incrociamo i nostri occhi. Ci
abbandoniamo a un sorriso che vale più di tutte le parole dell’Universo,
mentre il destino cinico e baro distrugge la più grande storia d’amore di
tutti i tempi portandosela via con lo sferragliare dei vagoni della metro. "Today
your love, tomorrow the world!", dice nelle cuffie la
buon’anima di Joey. Magari la vita fosse come una canzone dei Ramones!
Ritorno in superficie e in faccia ho stampato il sorriso ebete da buon inizio di giornata che prontamente lascia il posto
ai lineamenti stralunati di chi ha appena rischiato
di scivolare su di un lastrone di ghiaccio. A salvarmi da una colossale
figura di merda ci pensa un palo solitario che sorregge un
cartello di sosta vietata a cui mi
aggrappo come un novello Tarzan metropolitano. E’ un mondo difficile, dietro ogni
successo c’è sempre un’umiliazione in
agguato.
Sbotto a ridere, mi ricompongo e accendo la sigaretta che mi terrà compagnia nei pochi minuti che mi separano dall’ufficio. Oggi ho parecchio da fare, meglio darsi una mossa.
