Il quarzo citrino luccicava ai raggi del sole. Era liscio al tatto, e di un giallo tenue, opaco ma quasi trasparente … Le mie dita indugiarono a lungo sulla sua superficie, lo tenni stretto in mano ancora per qualche secondo, aspettando di essere attraversata da una qualche sensazione misteriosa.
Stupida. Lo rimisi con decisione al suo posto, accennando al venditore un breve saluto, e feci per allontanarmi dalla bancarella. Poteri soprannaturali, non scherziamo … mi meravigliai di aver dato retta a quella matta di Giulia e di essermi fatta convincere a scegliere istintivamente un cristallo, iniziare una cristalloterapia. Come se non sapessi che erano tutte frottole, inventate di sana pianta da qualche bravo truffatore … perlomeno, aveva avuto una gran fantasia. Per un istante, abbozzai in silenzio un sorriso ironico.
Eppure, non riuscivo ad allontanarmi da quel bagliore luccicante, per quanto non me ne sentissi affatto attratta. Ero convinta che la causa fosse il dubbio, cui non avevo potuto impedire di insinuarsi nella mia testa, che tutto questo potesse effettivamente funzionare … in fondo, non potevo esserne certa. E io ne avevo bisogno. Mi riavvicinai, mi allontanai dal banco, per poi riaccostarmi di nuovo, almeno cinque o sei volte, fino a quando, esasperata, tirai fuori il portafoglio dalla borsa e comprai quella maledetta pietra.
Tre mesi erano passati, e mi sentivo incredibilmente calma e rilassata. All’inizio non vi avevo prestato la minima fede, ma lentamente mi ero resa conto che quando indossavo il cristallo ero molto meno irritabile, e tutti gli obiettivi che mi ponevo li raggiungevo con molta più facilità … tutti, tranne uno. Quell’unico che, ne ero certa, era stato la causa del mio lento e distruttivo logoramento, dal quale stavo solo in questo periodo cominciando a risollevarmi, a mio parere grazie al cristallo. Poteva essermi sufficiente così, ma in qualche modo sentivo che la ragione che mi aveva spinta ad acquistare la pietra non era risollevarmi lo spirito, ma semplicemente che mi desse la forza di andare a parlare con lui. Rientrava nei miei programmi.
Ogni volta che incontravo Giulia al lavoro, in banca, mi tartassava per costringermi ad afferrare il telefono e digitare quel numero che stava da mesi in cima all’elenco delle chiamate inviate, ma che avevo sempre interrotto prima di ricevere risposta. Non faceva che ricordarmi quanto, ora, il mio stato d’animo fosse più sereno, e come perciò non ci fosse nulla da temere, tutto si sarebbe concluso per il meglio. Osservavo che Marta, dalla sua postazione, lanciava occhiate accusatorie a lei, e meravigliate a me. Non riusciva a concepire come mi fossi potuta persuadere che una pietra possedesse una tale influenza, ma d’altronde il miglioramento in me era evidente, e non poteva negarlo. Quel giorno Giulia era particolarmente insistente.
-Non accontentarti, Elena! Altrimenti rimarrai sempre col dubbio di come sarebbe potuta andare … E poi ora ti senti molto meglio, no?
-Sì, ma non so …
-Se non riesci a chiamarlo mandagli un messaggio, prendi appuntamento. Porta il cristallo, vedrai che andrà tutto bene!
Spinse con gentilezza il mio cellulare verso di me.
- Giulia, non funzionerà mai. Non ci parliamo da quattro mesi ormai, e chissà con quante altre donne mi avrà tradita ora …
-Ti ha mai detto che non ti amava più?
-No, ma non vedo come possa perdonare il mio, di tradimento … Diamine, non so neanche perché l’ho fatto! E dire che se io non … allora nemmeno lui … No, non mi ama più, non c’è bisogno di chiederglielo.
Afferrai le scartoffie sulla mia scrivania, evidenziando come per me il discorso fosse chiuso. Giulia mi scoccò un’occhiata delusa, poi in un lampo agguantò il mio telefono ed iniziò ad armeggiare coi tasti. – Cosa … ?! –
Tentai di riappropriarmene, ma era troppo veloce. Il telefono lanciò un breve squillo (riconobbi la suoneria dei messaggi), quindi lei me lo aprì in faccia con aria trionfante. – Ecco qua!
“Come vuoi. Ma non ho tempo da perdere, sii breve.”
- Hai appuntamento alle 2 al bar in fondo alla via! – Esclamò esultante.
Io agguantai il mio cellulare, in preda all’ira. – Come ti sei permessa …?! Non ho intenzione di andarci. No, non …
Sì, invece. Sì che ci sarei andata, e lei lo sapeva. Era un’impicciona tremenda, ma quello che mi mancava era stato proprio il coraggio di fare il primo passo. Ora l’aveva fatto lei … e probabilmente Tommaso mi avrebbe mandata a farmi fottere di nuovo … ma in quel momento, volevo solo rivederlo.
All’uscita per la pausa pranzo, Giulia dovette rimanere a finire un’importante catalogazione, perciò io e Marta eravamo sole. Mangiammo in silenzio, tutto il tempo. Alle due meno dieci mi alzai in piedi, inspirai profondamente, la salutai e mi preparai ad avviarmi. Lei si tirò su e mi guardò dritta negli occhi. – Non condivido la storia del cristallo, e Giulia non sa farsi gli affari propri. Ma quello che ha detto è giusto. Vai, e digli quello che provi.
-Grazie - mormorai, portando istintivamente la mano al collo … e trasalii. La catena col cristallo era sparita. Mi sentii invadere da un senso d’inquietudine.
- Marta, hai visto dove ho messo la collana? Non ce l’ho addosso!
-No, è da stamattina che non te la vedo …
Stamattina. Dovevo averla dimenticata nella doccia. Capitava, non era grave … ma non oggi, ora ne avevo bisogno!
-Io vado a casa a riprenderla. – Mi accorsi subito della scempiaggine che avevo detto, non appena venni fulminata dai suoi occhi sgranati.
- Elena, sei pazza! L’appuntamento è tra cinque minuti!
-Bene, allora non andrò.
-Cosa … ?!
-Non me la sento, ho … paura. – All’improvviso fece capolino nella mia mente il suo viso nel nostro ultimo incontro, di pietra, cereo, inespressivo … Iniziai a tremare senza volerlo. – Su, fa freddo, torniamo in ufficio.
Marta fece di scatto il giro del tavolo e mi afferrò per le spalle. – Non puoi mollare per una stupidaggine simile! E’ solo una collana, Elena, cosa ti manca adesso che due secondi fa avevi?!
-Non te lo so spiegare, mi dà sicurezza. E poi lui mi ha praticamente già liquidata nel messaggio, non avrebbe senso …
-Tutte balle, non ti avrebbe risposto! Sei una cretina – si allontanò da me, e il suo sguardo divenne torvo, accusatore … mi fece sentire un’idiota. – Non rendere una pietra la causa delle tue azioni. Non scaricare la responsabilità all’esterno. Finché farai affidamento su qualcos’altro, ti potrà sempre venire meno … La forza devi trovarla dentro di te, è quella che sarà sempre a tua disposizione!
-Ma io non ce la faccio … non riuscirei nemmeno a parlare...
-E col cristallo sarebbe cambiato?! La verità è che se a una cosa ci tieni la forza la trovi, sempre e comunque. Altrimenti non era importante. Questo è importante, per te, Elena?
Sì, lo era. Lo erano il suo viso, i suoi capelli di seta scura, il profumo di fresco … Lo era la sensazione di sicurezza che mi trasmetteva averlo vicino, cui avevo stupidamente rinunciato in quel maledetto momento di debolezza, quattro mesi prima. Non vi avrei nuovamente ceduto. Che la pietra influisse su di me o meno, non potevo saperlo … ma ora non c’era, e non contava nulla, perché sentivo invece una grande volontà di tornare ad essere felice, che cresceva, cresceva, cresceva sempre più quanto più me ne rendevo conto. E fu da essa che trassi tutta la forza di cui avevo bisogno.
In ritardo di cinque minuti buoni, mi scaraventai giù dalla discesa per raggiungere in tempo il luogo dell’appuntamento. Ero a dieci metri. Lo vidi, un uomo dall’aria grave, in giacca e cravatta. Si allontanava … -Aspetta!- urlai. Nella foga inciampai sull’asfalto. Finimmo entrambi distesi a terra, io sopra di lui, avvolti dal trambusto dell’ombrellone e del tavolino che nella foga avevo scaraventato a terra. Strida intorno a noi, vociare di gente, il proprietario che m’insulta raggiungono a stento le mie orecchie. Vedo i suoi occhi fissi su di me, per un istante lo stupore attraversa la solita maschera impermeabile. Mi aggrappo a quell’attimo d’esitazione, e comincio a parlare.
