- Due caffè,
grazie,uno macchiato caldo.
- Hai avuto più
notizie di Andrea?
- Lo vedrò più
tardi. Il padre è stato ricoverato tre giorni fa.
- E dove?
- A Candiolo.
Era da un po’ di tempo che Andrea non usciva più con noi, da quando il padre era stato male. Lui non ci disse mai niente. Inizialmente pensai che quel silenzio fosse dovuto al suo carattere discreto, ora credo che certe cose non vadano dette. Semplicemente perché non serve.Da quando il padre aveva iniziato a star male, Andrea era cambiato, si era fatto più taciturno, più pensieroso, lasciandoci tutti un po’ perplessi e preoccupati. Erano giorni che non si presentava più all'Università. L'unica cosa che sapevamo era che aveva iniziato a scrivere un racconto.
Quando
più tardi lo incontrai vidi che era euforico. Ci sedemmo in un bar e allora lui mi confidò
che, l'ultima
volta che era andato a trovare suo padre in ospedale, aveva iniziato a leggergli quanto aveva scritto per lui.
-
Sai che mi ha detto?- mi domandò con una certa eccitazione.
Non
mi diede il tempo di aprir bocca che subito rispose:-
Gli è piaciuto! Gli è piaciuto un sacco! E dopo che gliel'ho letto mi è
sembrato che...-
-
Che...?- lo incalzai io.
-
...che si sentisse meglio.- concluse non nascondendo un certo imbarazzo.
-
Mi ha chiesto di finirlo il prima possibile...- continuò lui con una certa
malinconia negli occhi- ...ma non posso.-
Non gli chiesi perché. Certe domande non vanno fatte. Sapevo che Andrea avrebbe continuato a scrivere per tenere in vita suo padre, perché quando lui gli leggeva quello che aveva scritto, suo padre si sentiva meglio. Almeno questo era quello di cui Andrea era convinto.
- Di cosa parla il tuo racconto?- gli domandai un giorno. Lui mi rispose:- Di quanto freddo e lungo possa essere l'inverno.-
Non
nego che il racconto di Andrea mi incuriosiva parecchio. A volte mi capitava di
sorprenderlo a scrivere durante le lezioni. Mi disse che il suo racconto aveva
bisogno di particolari momenti per essere scritto. A volte non scriveva per
giorni, mentre poi, di punto in bianco, si metteva a buttar giù frasi come un pazzo e poteva continuare così anche per
ore. Ogni tanto mi chiedeva consiglio su come procedere per rendere la trama
più avvincente.
-
Prima o poi me lo farai leggere, vero?- gli chiedevo di tanto in tanto.
-
Quando sarà finito- mi rispondeva sempre, il che voleva dire mai, ma in fondo
il racconto che stava scrivendo narrava di una storia personale.
Andrea
aveva talento nello scrivere. Mi aveva fatto leggere delle poesie e alcuni
racconti. Le sue erano storie particolari, popolati di personaggi strani ma
affascinanti. In questo suo ultimo racconto Andrea stava mettendoci tutto se
stesso, era attento ad ogni più piccolo particolare, era minuzioso nel
descrivere gli ambienti e la psicologia dei personaggi, curava scrupolosamente
i dialoghi. Voleva che tutto fosse perfetto. Nella testa di Andrea, suo padre doveva vederli i luoghi
in cui i suoi personaggi si muovevano, doveva sentire i loro dialoghi come se
loro fossero lì presenti, come se fossero reali.
La
sera, prima di addormentarmi, mi sorprendevo a pensare a cosa Andrea stesse
scrivendo per suo padre. Doveva essere la storia di un uomo e forse quella di un bambino
grande ma non ancora adulto. E poi doveva parlare dell'inverno.
Fuori
pioveva. Il freddo ti attanagliava da dentro e l'unico sollievo era una tazza
di caffè caldo al bar dell'Università. Quel giorno Andrea mi chiese:- Secondo
te, quanto è lungo l'inverno?-
Stupidamente
gli risposi:- Più o meno tre mesi.-
Lui
mi guardò e sorrise ed io intuii che sorrise perché non avevo capito la sua
domanda.
Le
condizioni del padre di Andrea migliorarono. Non so dire se fu merito della
chemioterapia o del racconto che Andrea stava scrivendo per lui.
Andrea
non smise mai né di sperare né di scrivere. Era fiero del suo racconto e un
giorno mi disse che se tutto fosse andato bene io sarei stato il primo a cui lo
avrebbe fatto leggere.
Tra
me
e lui quello che aveva più paura ero io. Temevo che Andrea si
illudesse; allo stesso tempo però, non mi sentivo di smorzare tutto
quel suo entusiasmo, di spegnere
quella sua convinzione che fosse proprio il suo racconto a far star
meglio il
padre. Così finii con il convincermi che il suo racconto avesse davvero
qualcosa di magico; insomma, finii con il crederci anch'io.
Eppure,
lo sapevamo entrambi che l'inverno non finisce quando smette di nevicare.
Quella notte passarono a coprire le strade con il sale. Il mattino dopo prese a nevicare senza sosta. Pensai che la tristezza, se aveva un colore, doveva essere quello del cielo di quel giorno.
Andrea non venne all'Università. Il giorno dopo si tenne il funerale del padre. C'eravamo tutti, professori e compagni. Mi avvicinai ad Andrea che piangeva: lo abbracciai forte.
Passò un po’ di tempo prima che Andrea si facesse risentire. Si presentò con un plico di fogli in mano e mi disse:- Tieni il racconto. Scrivi tu la fine. Questa sera vengo al cinema con voi.-
Io non finii il racconto di Andrea, né lo lessi mai. Non potei finirlo perché non era la mia storia e per quanto ne fossi partecipe, per quanto fossi stato vicino ad Andrea in ogni momento, penso ci siano cose che non si possono capire se non sono vissute in prima persona. Ho capito che ognuno di noi deve affrontare da solo i propri inverni ed è per questo che Andrea non ci parlò mai di suo padre. Più volte fui tentato di leggere il suo racconto ma non lo feci mai, per lo stesso motivo per cui non ne scrissi la fine. Però, anche se non l'ho mai letto, sono convinto che il racconto di Andrea sia il racconto più bello che sia stato mai scritto. Perché nessuno l'ha letto. Perché non ha una fine. Perché è stato scritto per una sola persona.
