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Concorso 2009

Concorso Parole in Corsa GTT

PERMESSO DI SOGGIORNO

di Gian Pietro Bertoli

Dolores si era alzata all'alba, per andare alla stazione. Il treno sarebbe partito solo alle otto, ma il sole, a quelle latitudini, picchiava duro e i due chilometri, da fare a piedi, era meglio farli sul fresco. Dopo aver fatto la coda diligentemente, per comprare il biglietto,
si era seduta in paziente attesa dell'annuncio della partenza del suo convoglio. Alle 8 e 59 l'altoparlante annunciò con sicurezza:" è in partenza, dal binario uno, il treno per C...". La ragazza s'affrettò alla banchina del binario uno e montò in carrozza, aspettando la partenza. Ma il movimento non arrivava e dopo un'oretta tutti i viaggiatori erano in agitazione. Incominciò a circolare la voce che la locomotiva era rotta e si doveva sostituire con un'altra. Allora Dolores scese dal treno per far passare il tempo, intrattenendosi con il tramestio che successe per cambiare il locomotore. A cambio avvenuto, tutti risalirono in vettura, ma nuovamente la partenza non avvenne. Ancora una volta si sparse tra i passeggeri la voce che anche questa macchina non funzionava e sarebbe stato necessario farne venire una, da un'altra città e ci voleva molto tempo. Le ore passarono senza nessuna comunicazione ufficiale, perché il treno, con l'annuncio della partenza, era scivolato via in perfetto orario. Il resto era soltanto il soggettivo delle opinioni personali. Nella notte, infine, il convoglio si mosse per la sua destinazione. Nel dormiveglia della stanchezza, la ragazza sognò che la disavventura le era già successa altre volte nella vita e che le sarebbe capitata anche nel futuro.
Dolores, dopo qualche tempo, conobbe un italiano: Giovanni, a cui raccontò il fatto. L'uomo le rispose che un tempo anche in Italia i treni partivano e arrivavano in orario, ma che questo era vero forse solo per la verità ufficiale. Le percezioni individuali erano fatti soggettivi e in quanto tali avevano poca rilevanza. D'altronde, che il treno sia arrivato in orario, comunicato con un titolo di giornale a migliaia e la percezione diversa e più travagliata di alcune decine di persone, sono fatti incommensurabili. La realtà che conta è evidentemente quella dei grandi numeri.
Con il tempo, il legame tra i due si rafforzò. Nacque una figlia: Matilde, il padre la riconobbe ufficialmente, facendole acquisire la cittadinanza italiana.

I tre partirono per l'Italia. Dolores con un visto, rilasciato dall'Ambasciata italiana, per ricongiungimento familiare. Appena arrivati, dopo aver raccolto tutti i documenti necessari, s'inoltrò la domanda, per ottenere il permesso di soggiorno per la mamma.
La convocazione, per il fotosegnalamento dell'extracomunitaria, arrivò sul computer, sul cellulare e per posta, fissata per le ore 11 e 21 dell'11 di ottobre.
I tre arrivarono un'oretta prima nel luogo indicato, per potersi orientare, ma non c'era nessuno a cui chiedere. Anche per accedere all'ufficio informazioni, bisognava fare una coda chilometrica per prendere il numerino della prenotazione. Comunque, da quell'ammasso umano riuscirono a sapere che tutti, anche quelli con la convocazione al minuto esatto, dovevano fare quella coda mostruosa, prendere il numerino di colore bianco per poi essere ricevuti. Dolores s'infilò nella colonna, ma dopo cinque ore di attesa, avendo la piccola Matilde esaurito tutte le sue lacrime in pianti disperati, decise di rinunciare, proponendosi di ritornare sola il giorno dopo.
Il giorno dopo, la donna, lasciati a casa padre e figlia, ritornò a infilarsi nel enorme serpentone multietnico con disposizione d'animo serena, non essendo più oppressa dalla preoccupazione della figlia. Ascoltò con interesse alcuni racconti di questi figli del sottosuolo, ma dopo quattro ore di attesa, in piedi, incominciò a diventare apatica, inoltre incominciava a sentire fitte lancinanti alle viscere che non lasciavano presagire niente di buono. Per un pò lottò, stringendo le natiche e trattenendo il respiro, contro ogni attacco di colica, anche perché l'agognato numerino era ormai a portata di mano, ma poi dovette arrendersi e scappare di corsa alla ricerca di un bagno, nel più vicino bar che trovò.
Tornata a casa, concordò con Giovanni che l'indomani sarebbe andata a bivaccare nella notte presso la questura, per conquistare il numerino magico che le avrebbe aperto le porte del paradiso italiano.
La visione del luogo, semideserto, le fece venire il dubbio di essere nel posto sbagliato, ma poi, anche se mancava il soggetto più significativo del luogo, cioè la moltitudine, riconobbe il posto. Scambiò qualche parola con quelli che erano lì, persone che dietro compenso facevano la fila anche per altri, venendo a sapere che fino alle cinque del mattino non ci sarebbe stata molta ressa. Allora, essendo assonnata, si rannicchiò in un cantuccio per chiuder un attimo gli occhi.
Fu svegliata bruscamente. Sbalordita si sentì sollevare, da un braccio che le serrava il seno e una mano che le tappava la bocca. Gli occhi terrorizzati videro altri occhi eccitati che le sollevavano i piedi. Fu trasportata in un canto appartato e violentata ripetutamente, mentre la città ronzava intorno a lei e la luna cavalcava le nubi cercando un'altra notte.
Poi l'alba schiuse la finestra e s'affacciò, abbassando il suo sguardo rosato dal cielo alla terra. Dolores, istupidita,attonita,disperata, incerta, tornò alla realtà. Cosa doveva fare? Cosa poteva fare? Niente! Piangere. Pianse sconsolata, poi forte si riassettò meglio che potè e tornò alla fatidica coda, per la conquista del numerino bianco che le avrebbe permesso l'accesso a consegnare le sue impronte digitali, agli archivi dello Stato italiano.
Nei giorni successivi, nel suo dolore solitario che non voleva dividere con nessuno, pensò e ripensò amaramente alla sua convocazione molto civilizzata, fatta sul cellulare, sul computer e infine arrivata per posta: "è convocata alle 11 e 21...". Confrontò il formale oggettivo dei fatti, con il vissuto dell'invisibile e pianse con tristezza infinita.
Quando Dolores ricevette l'avviso, sempre sul cellulare, sul computer e per lettera, che il suo permesso di soggiorno era pronto e che poteva essere ritirato, il giorno 15 di febbraio, alle ore 10 e 27, pensò che non ne valeva la pena. Ritornare in quel posto terribile, per vivere in questo tipo di civiltà non faceva per lei. Comprò due biglietti di solo andata per il suo Paese e con sua figlia partì, senza rimpianti.