Un anno pensai, ma sapevo già che non avrei resistito un anno. Sarebbe stato troppo resistere un anno senza andarla a vedere, senza sbirciare i cambiamenti della tela. Un mese andrà bene.
Bianca come solo le tele possono essere bianche e ricche di oro e lino. Vivace per il suo strano compito di calamita di eventi e persone.
Mi viene in mente un ragno che costruisce la sua ragnatela intrecciando fili di seta delicati, resistenti e tessuti dalle sue filiere. Ogni ragno disegna il suo piccolo capolavoro, ognuno in modo irripetibile ed elaborato, ognuno vuole intrappolare qualcosa di diverso, come me, come la mia tela, nata per imprimere sul bianco gocce di vita quotidiana romana.
Lessi qualche giorno fa che in Texas fu scoperta una ragnatela enorme, forse la più grande ragnatela al mondo: 180 metri di fili intrecciati tra alberi e cespugli. Arte di seta.
Chissà cosa o chi quei piccoli ragni texani progettavano di intrappolare in quella ragnatela.
La mia ambizione non è così grande. È una tela piccola, larga ed alta come “La Gioconda”: 53 cm per 77 cm.
Infilo il cappotto e seguo il mordersi dei dentini della cerniera. Due dentini mi mordono la camicia, due una ciocca di capelli. Mentre mi innervosisco per aver tirato un filo della camicia ed affollato di doppie punte una ciocca di capelli, inizio a cercare le chiavi di casa. La borsa, poi le tasche, poi in cucina, in bagno, sulla scrivania, non le trovo, come sempre, non le trovo e perdo 10 minuti per cercarle e trovarle proprio tra le mani.
Prima di chiudere la porta di casa, chiamo l’ascensore, come per guadagnare secondi importanti nel mio tragitto. Mi sento orgogliosa di uscire in questa giornata fantasiosa di marzo per andare ad eseguire il mio compito e godermi il risultato della mia idea.
Sono fortunata, l’appartamento di Raffaella affaccia proprio sulla piazza dove posizionerò la mia tela. Anzi, riformulo, fortunata è Raffaella che possiede un appartamento che affaccia proprio su Piazza di Campo dei Fiori!
Roma, Piazza di Campo dei Fiori; che atmosfera invitante!
Non potevo che scegliere questa piazza, colorata e profumata alla sola pronuncia del suo nome, legata sia a fatti terribili di anni ed animi tristi, che ai climi romantici del quattrocento. Nel quattrocento, appunto, la piazza non era una piazza, ma un prato fiorito con orti e farfalle. Immaginare una distesa di fiori invece dei sampietrini attuali, fa sognare ad occhi aperti. Come fa sognare la leggenda che fa risalire il nome di Piazza Campo dei Fiori ad una delle amanti dell’Imperatore Pompeo. Viveva lì lei, Flora, ad ispirare il nome della piazza.
Insomma, sampietrini d’erba invasi da corolle ed una fanciulla amata dall’Imperatore che aspettava il suo famoso amato.
Arrivava la metà del quattrocento, il campo si arricchiva di armonici e maestosi edifici che abbracciavano mercati di cavalli, botteghe di artigiani e locande. Respiriamo ancora l’aspetto fiabesco e colorato: bicchieri di vino per festeggiare l’acquisto di un nuovo cavallo e passanti importanti davanti a Palazzo Orsini. Commercio e cultura, cavalli, artigiani, vino e romanità.
Ora, in questo secolo di euforia, arrivo io con la mia tela ed il mio cavalletto.
Entro a salutare Anna, la proprietaria del negozietto d’abbigliamento etnico che dà colore alla piazza. Anna ritiene che la mia idea di posizionare una tele bianca in una piazza di mercati, di passeggiate e di ubriachi, sia un po’ bizzarra, ma mi asseconda e mi aiuta a montare il cavalletto. In caso di pioggia o vento o occhi mal intenzionati, Anna e Raffaella custodiranno la tela.
Sono le 4.00 del pomeriggio e sento occhi curiosi poggiarsi su di me mentre posiziono questa tela bianca davanti al negozietto di Anna.
Non so chi e se qualcuno realmente si avvicinerà alla tela, ma provare ad immaginarlo crea già una storia.
