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Concorso 2009

Concorso Parole in Corsa GTT

Almeno per un giorno

di Alessandro Battezzato

Me lo avevano detto tutti di lasciar perdere, che era un’idea folle e non ce l’avrei mai fatta, e allora proprio per questo ero partito davvero, per assaporare la dolcezza delle sfide impossibili. Tutto era nato una lontana mattina di maggio quando, discutendo di vacanze fra amici, avevo dichiarato fra lo stupore generale che quest’estate avrei intrapreso un viaggio in bicicletta. Scelta sconsiderata, a giudicare dal mio precario stato di forma; tuttavia, finsi una sicurezza che non possedevo e illustrai con convinzione le mie intenzioni. Soltanto tralasciai che avevo scelto la meta in maniera irrazionale, affidandomi a vaghi ricordi giovanili, impressioni sgranate che a volte tornano a galla come relitti restituiti dagli abissi della memoria, litanie dal suono un tempo familiare come Briançon-Anquetil-peloton, formula solenne con cui da bambino facevo il verso al parroco durante la celebrazione eucaristica. Era un pomeriggio di tanti anni fa e trasmettevano alla TV la tappa decisiva di una corsa ciclistica; al mio fianco era seduta la mia cuginetta, dai boccoli d’oro raccolti sulla nuca con un nastrino rosso. La manovra era meditata da tempo: mi voltai verso di lei e, contando sul fattore sorpresa, con scatto da grimpeur la cinsi e la baciai. All’anagrafe io dichiaravo otto anni, lei sei. Quel giorno si transitava sul terrifico Col du Galibier: è in onor tuo, Anita, se dopo tanti anni ho deciso di andare lassù.

Quando comunicai agli amici la destinazione prescelta –pudicamente omettendo “terrifico”, reminiscenza della verve poetica del cronista sportivo di allora- essi ebbero un tal moto di incredulità che mi insospettii e volli saperne di più: appresi quindi che queste tre sillabette apparentemente innocue –Ga-li-bier: chi era costui?- in realtà indicano una cima leggendaria, l’asperità dalle imprese memorabili dei grandi campioni del pedale. Ormai, però, era tardi per tirarsi indietro: fu così che l’operazione Ga-li-bier prese il via.

Sono trascorsi quasi tre mesi da allora: oggi è il gran giorno, è una splendida mattina estiva e sto affrontando le prime rampe della salita che porta al colle. Seguo con lo sguardo l’impervio percorso che mi attende, un nastro sinuoso sul fianco glabro della montagna. Il verde intenso dei prati alpini mi acceca nel sole battente, non un albero a concedere ristoro su tutta la montagna, anche loro hanno battuto in ritirata a queste altitudini. Lentamente passano i chilometri, come i grani di un rosario: saranno una ventina in tutto, misteri gloriosi e dolorosi compresi. Contemplo la massa delle nuvole, una ha assunto le sembianze di Gesù in croce e mi osserva muta: Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato, sappi che al confronto di questa ascensione il Sinai è una collinetta, la salita al Golgota una scampagnata e qui non c’è nemmeno un cireneo cui chiedere aiuto. Sedotto dall’ateismo, proseguo: la nuda parete rocciosa da un lato, il vuoto dell’abisso dall’altro, io nel mezzo. Il nichilismo è a un passo. Sono alle porte del secolo breve e grandi rivoluzioni mi attendono, ma so che nel tentativo di circumnavigare il post-moderno finirò per arenarmi nel pensiero debole. Sebbene debole lo sia già, anche se per altri motivi.

Avvolto in tali deliri filosofici, mi sorprendono due anziani ciclisti, avranno fatto 150 anni in due, all’incirca l’età dell’Italia unita secondo un rapido calcolo, che mi superano fischiettando allegramente, sarà un’oscura marcetta risorgimentale, forse Nino Bixio in persona li attende in vetta per una nuova eroica spedizione. Altro che secolo breve, qui si torna all’Ottocento. I due scompaiono dietro una curva e mi consegnano nuovamente alla solitudine. E’ come attraversare un deserto: la testa ciondolante, lento come un cammello procedo ruminando pensieri in disordine, dopo ogni curva deluso per l’inganno di ciò che sembra lo scollinamento, ma poi no, è solo un altro maledetto miraggio. Il sole danza ritmi tribali sopra la mia testa e anche il vento, che nel frattempo si è levato, accenna complice due passi di valzer. L’aria frizzantina mi sussurra tentatrice che potrei fermarmi e riprendere fiato, ma so che non ripartirei e sarebbe la fine. Resisto e stoicamente proseguo, il rimpianto soffocato nel cuore, l’orgoglio come ultima risorsa.

La mia mente sta in tal modo vagando sull’orlo del baratro quando finalmente compare il traguardo: Ga-li-bier, a noi! Annuso l’odore dell’impresa e mi alzo sui pedali, rilanciando l’andatura. Se non altro per ben figurare nei confronti dei due ciclisti garibaldini, che nel frattempo avranno raggiunto la meta, fatto pipì, bevuto un caffé e scattato una foto ricordo con Nino Bixio. Ancora 50 metri. Mi supera un autobus zeppo di turisti ignari, che allegri mi guardano e mi additano. Proprio la loro ingenuità mi apre gli occhi: comprendo che certi luoghi, almeno una volta nella vita, c’è solo un modo davvero consapevole per raggiungerli e viverli appieno. Te lo chiedono la loro storia, il loro mito, il loro spirito, ed è bene assecondare tale richiesta. Allora, se mai tornerò su queste strade, magari su un autobus come quei turisti, e scorgerò due anziani ciclisti dal finestrino, in silenzio sorriderò e chiederò loro di porgere i miei saluti al buon Nino Bixio. Perché anch’io sono stato garibaldino, almeno per un giorno.