Non sono tornata a casa stanotte. Ma ho come l'impressione che tu non l'abbia notato.
Sono rimasta a vagare per i soliti posti, mentre osservavo i pochi passanti che, nottambuli, cercavano il modo più piacevole possibile di aspettare il sole, ho incrociato un ragazzo: l'ho visto sorridere, spavaldo, orgoglioso dei suoi occhiali scuri, del suo corpo e probabilmente della ragazza che si portava appresso. Mostrava tutta la sua sicurezza. Sicurezza di sapere che domani le lampadine non smetteranno di schiarire le ombre, anestetizzare l'anima e farti credere che se tutto ha un senso, anche continuare a respirare può averlo. Sono quasi scoppiata a ridere, sai? Probabilmente ha ragione lui, e ostentare con piacere la futilità dell'esistenza è l'unico gesto amorevole che si possa compiere nei confronti di sé stessi. Se solo l'avessimo imparato prima...
Ho incontrato Simon, mentre tornavo a casa. Era seduto sulla panchina vicino ai giochi per i bambini e l'altalena, e guardava per terra con la testa fra le mani. Quando l'ho salutato, da vicino, è saltato subito su, fra il sorpreso e lo spaventato. Dal tono di voce con cui mi ha parlato ho capito che, se solo ci fosse stata abbastanza luce, avrei visto le sue pupille dilatate, le venature rosse intorno al grigio degli occhi, e sul corpo tutti i segni delle sue quotidiane violenze. Quelle violenze per le quali ti ho detto di averlo lasciato, perchè se ti avessi giurato che avevo semplicemente smesso di amarlo dal primo secondo che ti ho visto, avresti provato pena per lui, e forse avrei anche cominciato a farti paura. Non hai mai capito che quando ammetti alla sola presenza della tua persona di amare qualcuno, semplicemente accetti la possibilità di provare del dolore e di soffrire in nome di tutti i momenti e i sospiri che esalerai con e per quella persona, dimenticando o ignorando per qualche tempo il fatto che si muore nello stesso modo in cui si nasce: soli.
“Te la vieni a fare una birra giù?”. Sapeva benissimo che l'unico locale che avremmo trovato aperto sarebbe stato il suo frigorifero, e quindi il suo sangue era molto più sporco di quanto pensassi. Non è mai stato così, Simo. Si vergognava delle sue ferite sulle braccia, e cercava sempre di non farsi notare da me quando si faceva. Ma lo ammettevano i suoi occhi e i sospiri delle labbra, che andavano ad interrompere le frasi che si sforzava di non lasciare a metà. Avevo sempre lo sguardo colpevole, sempre, ed ora mi squadrava senza vedermi, come se davanti avesse una siringa e lui fosse davvero solo un tossico di merda. Non era la droga ad ucciderlo dentro, non c'era mai riuscita; era il desiderio. Solo in quel momento ho realizzato perchè tu ti fossi rinchiuso in uno spazio dove, lontano da tutti, le tue sensazioni potevano finalmente sembravi solo ricordi lontani. Nello stesso istante in cui avevi compreso cosa poteva fare a sé stesso e agli altri un essere umano, ti sei isolato dal tempo e dagli avvenimenti per sfuggire a quell'infinito cerchio di dolore, che ora subiamo e ora alimentiamo. Non volevi più desideri, non volevi più respirare, solo allontanarti da qualsiasi possibilità di ferire o essere ferito. Poi sono arrivata a casa.
Steso sul divano, hai trovato l'ennesima scusa per far finta che non sia passato nemmeno un minuto da quando avevi scoperto che l'amore esiste anche quando è ricambiato, e ti fa abbassare il diaframma di continuo, per recuparare l'aria perduta in miliardi di sospiri. E, svanita l'illusione, piangi come al solito la tua incapacità di provare sentimenti sinceri e puri come a quel tempo, anni prima. L'unica costante del tuo essere è il rimpianto: nella foga di dimostrare al mondo che nessuno sarebbe mai stato male quanto te, hai fatto in modo da avere sempre qualcosa da rimpiangere, da ricordare, a cui aggrapparsi senza dover soffrire. Almeno non più di quanto avevi già fatto. Ed eppure dormi, lì, steso sul divano e sepolto sotto gli oceani della tua falsa, falsissima indifferenza al presente. Non mi hai mai amata, né volevi che io t'amassi, e nemmeno avevi il coraggio di ammetterlo ad entrambi. Ma io non riesco a lasciarti lì, tramortito dai ricordi che ti sei fabbricato negli anni. Come io ho vissuto per anni aspettando un tuo cenno, sperando nel risveglio del tuo sorriso, mentre bevevo le tue lacrime ed aspiravo i tuoi sospiri, ora... scivolo via.
Domani vedrai il mio corpo senza vita steso, di fianco al tuo, straziato da un ultimo sorriso innocente. Ed io lo so! Lo so che vorrai piangere, ma non potrai: mi vedrai, e ricorderai tutto. Gli anni passati assieme, quelli persi per colpa della vita, e quelli sprecati per colpa tua. E condannerai la tua inerzia, che ti ha portato via tutto; ma quando la disperazione starà per dominarti, vedrai sul comodino, vicino agli occhiali, una capsula. La gemella di quella che ho appena ingoiato.
La porterai alle labbra... e regalando l'ultimo tuo sospiro a questa vita di immaginarie incertezze, la inghiottirai.
Accadrà. Lo farai: lo so. Adesso... finalmente ti riconosco.
Ed ora vado. Perchè se l'unico modo per riaverti è condividerti con la morte, io la prendo con me, dentro di me. Per me.
Mi capisci, idiota? Questa è una nuova vita, la nostra. Lontano da tutti... e lontana anche da noi. Ma così vicina che...
Ti aspetto.
