Novant’anni. Il mio compleanno e, anche questa volta, nessuna festa, nessun regalo. Solo il tremolante sibilo del vento, ormai da parecchio tempo. Non come i primi anni: allegria, soddisfazione, aspettative. Poi l’indifferenza. Infine il baratro della trascuratezza. E’ triste esser stati cresciuti da un uomo facoltoso e impegnato come il signor Riccardo. Grande infatuazione iniziale, promesse di attenzioni e di nuove amicizie. Tutte chimere. Soltanto la malinconica solitudine di una casa in collina, da cui non mi son mai potuto muovere. Capricciosa volontà divina. Imperscrutabile.
Forse ti annoio con le mie lagne, ma ho vissuto tanto, quasi un secolo di storia da raccontare. E stasera, dato che sei il mio unico spettatore, ho in serbo un paio di racconti speciali.
Era inverno e una bufera nervosa invadeva ogni angolo a lei concesso. Le angherie del tempo non avevano spaventato due ragazzi, che si avvicinavano silenziosi alla casa, convinti che fosse abbandonata, essendo ormai morto il celebre proprietario. Certamente non sapevano della mia esistenza. Lei aveva una benda sugli occhi e lui – guardandolo in viso, un sasso avrebbe potuto imparare cos’è l’eccitazione – la guidava per mano. Arrivati all’entrata principale il giovane le diede un bacio e slegò il fazzoletto. Era già stato qui per organizzare al meglio ogni dettaglio. La ragazza, tra la curiosità e il timore, lo seguì. Mi passarono vicino e, nonostante la mia stazza, non mi notarono, forse per la patina opaca che la neve porta con sé. Al piano di sopra un letto da lui preparato con lenzuola di raso li attendeva. Fecero l’amore. E io piansi. Non ero indispettito per il gesto. Ma avrei tanto voluto essere come loro. Fare una sorpresa o riceverla. Innamorarmi. Sentire il corpo in subbuglio. Unirmi con qualcuno di speciale nell’atto più bello e trascendente che la natura ha regalato a questo pianeta. Ma tutto ciò non mi è permesso. Io sono diverso.
Quella notte mi sentii smarrito. Labirinti di gelosia, gomitoli di invidia, ragnatele di celata ammirazione.
Al mattino il ragazzo uscì presto, in cerca di coraggio e ispirazione, due amici importanti, ma difficili da trovare e spesso traditori. Girava a passi lenti, pensoso. Il caldo fiato modellava strane figure nella statica aria dell’alba. Finalmente mi vide. Rimase immobile, un po’ trasognato e mi osservò a lungo. Tra noi era già nata una intesa, senza dire nulla. Poi si avvicinò e iniziò a parlare. “Probabilmente non ti interessa conoscere le mie preoccupazioni, ma per me oggi la vita potrebbe cambiare. So che ieri ci hai visto. Adesso sto cercando la forza per chiederle di sposarmi, ma lei è sempre così misteriosa riguardo alle sue intenzioni”. Il silenzio che seguì gli fece capire che doveva solo abbracciarmi. Lo fece. Poi si sdraiò accanto a me e si riaddormentò.
Quando aprì gli occhi, vi notai una nuova luce, convinzione e fermezza. Mi ringraziò a lungo e poi mi chiese: “Ma…come hai fatto?”. Corse dalla sua amata: il giorno seguente si sposarono nel piccolo convento ai piedi della collina.
C’è stata solo una persona veramente importante nella mia vita.
Il signor Riccardo aveva due sorelle. La più grande era sempre stata la prediletta dai genitori, viziata dalla nascita. Molto più di suo fratello, educato con rigore, dal momento che avrebbe dovuto ereditare il patrimonio di famiglia. La maggiore, dunque, fu costantemente circondata dagli agi. E fu proprio lei a volermi. Entrai a far parte della famiglia quando ero veramente piccolo. Ma prima ancora che avessi coscienza di ciò che mi accadeva intorno, la primogenita si dimenticò di me. Fui allora oggetto delle attenzioni del signor Riccardo. Illusorie, incoscienti. Ebbi sempre il dubbio di non essere ciò che sono, di venir preso in giro.
Finchè non nacque Emilia. Arrivò che avevo dieci anni, un freddo giorno di febbraio, inaspettata, indesiderata. Fu sempre vista male, come un peso. Nelle liti e nei problemi era sempre colpa sua. La decisione fu rapida e determinata: avrebbe preso i voti nel convento qua vicino. Il suo carattere mite non oppose resistenza, come nemmeno una torre può fare contro il vento. Quando fu maggiorenne si fece suora. Da quel giorno non l’ho mai più vista.
Tuttavia in quei diciotto anni di tempo che ebbi per conoscerla, si strinse un legame fortissimo. Armonioso, sincero, romantico. Io la capivo. E lei capiva me: mi lasciò intuire con semplicità quale fosse la mia natura. Emilia mi confidava tutto, con me si sfogava. Il suo rancore intriso di gelosia nei confronti della sorella si faceva più grande ogni giorno, ma veniva a galla solo con me. Ho ascoltato le sue lacrime, i suoi sogni. Probabilmente me ne sono anche innamorato. E adesso non so nemmeno che fine abbia fatto. Sento dentro di me che è ancora viva, nel convento, mi pensa e vorrebbe salutarmi. Ma, anche lei, come me, non può.
Allora ti prego, caro pettirosso, mio unico spettatore, prendi questo fiore di pesco che mi è caduto. Portaglielo. Un solo regalo per i miei novant’anni: possa Emilia sentire ancora una volta il profumo che tanto amava e grazie a cui si addormentava sotto ai miei grandi rami
