Se c’era una cosa che ad Alex proprio non piaceva era prendere il tram in centro, meno che mai durante l’ora di punta: quell’odore di umanità accalcata ed inquieta stretta su un bus eternamente troppo poco capiente, per lei era un patimento.
Sul 15 quasi non si respirava, un’anziana signora dai capelli cerulei e curiosamente cotonati le biascicò addosso uno scortese ‘Permesso, devo scendere’, ma Alex non ci fece neanche caso: era già proiettata verso quanto l’attendeva di lì a poco e ripassava mentalmente il passaggio della stesura del caramello.
Stringeva forte la sua borsa verde, quella che usava per trasportare tutto l’occorrente e che oggi pesava come un macigno pieno di ‘ingredienti base’, come si chiamano in gergo.
Trovò subito il palazzo seguendo le indicazioni del foglio e quando la voce al citofono gracchiò ‘Terzo piano’, lei salì trepidante nei suoi jeans nuovi color del cielo faticando un po’ per via della borsa.
Nella minuscola sala d’ingresso l’aria era calda e soffocante, come se lo scopo dei termosifoni fosse cuocere le uova per induzione; e davanti a lei, lungo il corridoio, si srotolava uno stuolo di persone nervose e sudate, munite di borsoni stracarichi come il suo e baulame vario: erano gli altri aspiranti al posto, quelli che lei oggi – lo sentiva – avrebbe di certo stracciato. Tra loro spiccava una ragazza, vestita di un fuxia accecante e dalla cui testa si diramavano due trecce orizzontali, che sembravano aver sfidato la gravità ed averla battuta alla grande, come quelle di un’inquietante Pippi Calze Lunghe versione sotto acido.
‘Non cedono neanche a questa temperatura tropicale!’ Caspita…temperatura tropicale….il pensiero di Alex andò subito al cioccolato da copertura che aveva con sé, così sensibile agli sbalzi termici ‘E il burro? Oddio…’ Un’ansia irrazionale l’attanagliò, ma svanì non appena entrata nella grande sala rettangolare: anche lì il clima era rovente, ma solo per la tensione che saturava tutto e ti entrava dentro.
Alle pareti maestose gigantografie di dolci, leccornie e opere d’arte ad un tempo. Una quantità di grandi tavoli d’acciaio attrezzati di tutto punto erano sistemati con cura lungo il perimetro, a formare una grande U, e altrettanti forni li accompagnavano, enormi, di quelli verticali con il girello interno che permette di cuocere anche dieci preparazioni contemporaneamente.
'Che meraviglia! Ecco il mio parcogiochi ideale!'Alex iniziò a sistemare farina e zucchero a lato del tavolo, già aperti e con il cucchiaio dentro per ottimizzare il tempo dopo. Tastò la punta del coltello in dotazione con il polpastrello, pungendosi un po’giusto per convincersi che fosse tutto vero.
Gli altri partecipanti intanto la stavano imitando, ciascuno accomodando a sua immagine quello che per le successive due ore avrebbe rappresentato il proprio piccolo pezzo di mondo.
Al centro della sala la giuria aveva già preso posto e Alex riconobbe il grande critico della carta stampata proprio nel momento in cui un brivido di piacevole terrore le salì lungo la schiena: anche da quell’uomo dipendeva il suo futuro, che adesso era tutto racchiuso tra quelle quattro mura, compresso in una fredda mattina torinese.
Senza troppa fretta, il gong diede inizio alla gara, neanche fosse un incontro di boxe.
Tutto nella stanza cominciò a muoversi: piccole nuvole di farina si alzavano qua e là, mani che impastavano, fruste che si muovevano per far incorporare aria al composto di uova, i concorrenti erano eleganti e circospetti come gatti, gesti armoniosi e precisi, come involontari.
Anche Alex non era da meno, determinata com’era a sfruttare al meglio quell’opportunità: eccola ora miscelare con cura il lievito con la farina, come le aveva insegnato la nonna tanti anni prima, ora dedicarsi alla crema di burro e zucchero. Osservò i tuorli colorarla di giallo, prima attraverso strisce che sembravano fuoriuscire direttamente dal cucchiaio di legno, raggi solari sbilenchi, e poi in modo uniforme ed irreversibile.
Poco a poco quelli che prima erano elementi distinti e inerti, adesso reagivano e si amalgamavano a formare altro: quando Alex dava vita alle sue creazioni pensava sempre a quello che diceva Michelangelo delle sue opere d’arte: che si trovavano già all’interno di quel pezzo di marmo grezzo, lui doveva solo liberarle. Così lei immaginava i suoi dolci, come il risultato dell’unione coscienziosa di ingredienti che prima riposavano in dispensa ciascuno per conto proprio, inconsapevoli di essere già una torta di frutta, una crostata o un pan di Spagna. Lei dava loro solamente la possibilità di esprimersi.
Persa in questi pensieri, si mosse alla svelta e il tempo passò veloce.
Quando uscì nuovamente all’aria aperta, il traffico era chiassoso e indifferente come sempre: nulla là fuori sembrava essere mutato durante quelle ultime due ore.
Ma la prova che qualcosa era cambiato – eccome – era lì, stretta nella sua mano destra: un grembiule bianco con un ricamo dorato, proprio all’altezza del cuore, sei semplici parole: ‘Four Seasons Restaurant: Le Premier Confiseur’. Il Primo Pasticcere!
