Strumenti personali

Concorso 2009

Concorso Parole in Corsa GTT

Bambole di carta

di Doriana Tassotti

Teresa si guardò le punte dei piedi. Le scarpe di lucida vernice nera le comprimevano le estremità in maniera insopportabile e le calze contribuivano ad aumentare quel tormento. Ma Teresa era felice. Con le mani aggrappate al bordo della gonna di cotone a fiori , tentava di coprire il disegno nerastro che rendeva il suo piccolo ginocchio sinistro simile ad una prugna troppo matura. Teresa era felice. Sui capelli crespi e scuri le avevano messo quella spilla a forma di piccola stella e la camicia bianchissima odorava di detersivo. Un odore buono. Oggi avrebbe preso il tram. Il tram che spesso vedeva sfrecciare e scampanellare, andando a scuola insieme a Donato o uscendo dal lattaio con il bricco di metallo stracolmo di latte. Oggi Teresa si sentiva grande. La spilla tra i capelli, la gonna con i fiori rossi, le scarpe comprate troppo tempo prima ma lucide , così lucide che parevano brillare come il dorso di due piccoli pesci. E che importava se facevano male. Matteo le avrebbe guardate e avrebbe pensato che era bella. Matteo non aveva  scarpe lucide . Ma aveva gli occhi neri e ti guardava ridendo. Spesso sapeva di tabacco e gli piaceva ballare. La mamma diceva che era matto ma poi rideva e da quando c’era lui per casa rideva più spesso e anche Donato frignava di meno. Teresa salì sul tram dando la mano a Matteo. Sentì attorno alla mano un involucro caldo e morbido e strettissimo e, all’improvviso, cercò di liberarsene ma la voce di lui la tranquillizzò. “Ecco qua” disse, “ Questa bella signorina in carrozza come una principessa”.Gli alberi , le persone, le case. Tutto sfilava veloce aldilà del finestrino. “ Dove andiamo?” domandò Teresa, “ Dove avevamo detto, no?” fece Matteo. E i suoi occhi scuri si assottigliarono un poco. “ Come lo vuoi il gelato? “. Teresa sorrise e mostrò la minuscola fessura creata da un dente che le era appena caduto “ Al limoneecioccolato” . Lo disse così , tutto d’un fiato, per timore che la promessa svanisse. “ Bene, bene” fece Matteo “ Al limone e cioccolato, o cioccolato e limone?” Teresa rise e tirò in giù l’orlo della gonna a fiori. “ Che scemo! “ sbottò Matteo “ Ho lasciato una cosa a casa mia. Prima passiamo di là” . Teresa non immaginava che Matteo avesse una casa. Lo vedeva spesso nella loro cucina. A volte raccontava storie a Donato. Altre volte mormorava paroline all’orecchio della mamma e lei di faceva più rossa dei fiori sulla gonna di Teresa. Spesso cenava con loro. Mangiavano zucchine fritte e pesciolini in carpione. Li portava Matteo e la mamma ne andava pazza. Donato diceva che i pesciolini pizzicavano la lingua. Ma a Teresa piaceva ancor di più quando Matteo tirava fuori una piccola armonica a bocca e, come lui diceva , “ si faceva una sonatina dopo cena” mentre la mamma sciacquava i piatti. Teresa aveva spesso sognato che Matteo fosse suo padre. La mamma diceva che il papà era morto in guerra. Ma un giorno la nonna , venuta in visita, aveva fatto piangere sua madre e Teresa , tra una parola complicata e l’altra, aveva colto suoni cattivi. Verso sua madre e verso Donato che , nascosto dietro di lei, singhiozzava piano. “ Signori si scende !” urlò Matteo e afferrando Teresa la fece volteggiare tra le porte del tram, deponendola di fronte ad un grande caseggiato che , forse, un tempo era stato tinteggiato di verde. A Teresa dispiaceva aver lasciato la sua magica carrozza ma la incuriosiva poter vedere dove abitava Matteo.Lui fece di corsa due rampe di scale , sfidando Teresa in un’improbabile corsa. Le scarpe di vernice nera erano diventate insopportabili e anche il ginocchio sbucciato le bruciava un po’. Poi fu nella stanza. Minuscola . Spoglia. Nell’aria un odore sgradevole. Troppo dolce. Matteo non cercò nemmeno di raccontarle una bugia. Teresa ebbe l’impressione di essere diventata di carta . Non capiva. E ancora e ancora le venivano in mente le piccole figurine che amava ritagliare dal giornale di sua madre , insieme a Donato , nei solitari pomeriggi di sabato. Una gamba piegata , un braccio compresso , l’altra gamba, quella sbucciata e dolorante, divaricata in un dolore più forte di quello provocato dalle scarpe troppo strette. A Teresa parve perfino di sentire il rumore strascicato e frusciante di gigantesche forbici che la tagliavano, la separavano , la dilaniavano , creavano su di lei miniature di vetro. Che facevano male. Non urlò. Poi le forbici gigantesche finirono il loro lavoro. Teresa era di nuovo una piccola bambola ricomposta. Matteo le accarezzava piano il viso. A Teresa doleva la bocca. Pensò che avrebbe tanto voluto il suo gelato. Dolce e ghiacciato per smorzare quel bruciore cattivo. Si chiese se il bruciore che sentiva Donato a causa dei pesciolini in carpione fosse lo stesso. Matteo le sorrise. Il tram li riportò a casa sferragliando ma a Teresa parve di essere finita sul carretto dei robivecchi. Le parve di essere cosparsa di polvere. Una polvere spessa e appiccicosa. La sera , mentre sua madre sul divano della cucina fingeva di ascoltare la radio e l’uomo la faceva ridere piano, Teresa trascinò fuori da sotto il suo letto i tanti fogli con le  bambole di carta. E cominciò a tagliare. Una gamba. Un piede. La testa. In tante , urlanti , illogiche miniature.