Era sul tram, nel punto di snodo della linea 4, col suo visino nero in mezzo agli altri ragazzini bianchi. Il bullo del gruppetto (bianco) allungò i piedi sulla tappezzeria opposta, subito imitato da buona parte dei compagni.
Una signora già in età, come me del resto, rivolgendosi esclusivamente al ragazzo nero, lo invitò a togliere i piedi ed egli rispose malamente di farsi gli affari suoi.
Mi sentii in dovere di lasciare la mia lettura per intervenire e dissi al piccolo nero che non era giusto sporcare un mezzo che è di tutti, mio quanto suo, e pertanto da rispettare. Mi rispose di continuare a leggere ed io insistetti che avrei letto quando e se volevo.
Subito intervenne buona parte dei viaggiatori, riferendosi esclusivamente al ragazzino nero, dicendo che vengono qui a rovinarci la nostra roba, rubarci il lavoro, non pagano la tasse, che dovrebbero ritornare al loro paese.
Mi dissociai e ripresi effettivamente a leggere.
Ad un certo, mi sento toccare un braccio timidamente ed il ragazzo nero, che deve scendere, mi dice con un sorriso: “Ciao, signora!” Ricambio ed in cuor mio mi chiedo se quel mio piccolo riconoscimento di parità non abbia contribuito a far sentire “cittadino” il piccolo immigrato.
Due ragazzi bianchi ed uno nero sul pullman, che tornano da scuola.
I due bianchi parlano col nero, scherzano, ed intanto gli danno pugni nei fianchi, ridendo.
Anche lui ride ma, mi sembra, con un’espressione sofferente.
E continuano così, coinvolgendolo nei loro discorsi e continuando a dargli quelli che possono parere colpi amichevoli.
Poi, prima che il ragazzo nero scenda, si accordano per trovarsi l’indomani mattina e prendere l’autobus insieme.
Quando restano soli, i due ragazzi bianchi, ridendo tra loro, si dicono quello che faranno l’indomani al ragazzo appena sceso e di amichevole c’è proprio nulla.
Con tristezza, mi chiedo quanto possa costare ad un ragazzo di colore il cercare di sentirsi integrato in un gruppo e mi auguro che la situazione a cui ho assistito sia un’eccezione, anche perché conosco molti giovani che hanno delle potenzialità eccezionali e vivono il cambiamento e l’allargamento della società come un fatto naturale che ci arricchisce.
Su tutti i mezzi pubblici, davanti alla porta sostano parecchi stranieri e anche qualche ragazzo italiano, occupando lo spazio dedicato alla salita ed alla discesa, molto attenti all’arrivo dei controllori, con un fiuto particolare, pronti a scendere di corsa appena lo identificano.
Solite giuste proteste di chi deve scendere e deve sottoporsi ad una dura lotta per passare.
Non tutti hanno il sesto senso per individuare gli addetti al controllo, oppure si trovano intrappolati quando gli addetti salgono da porte diverse, ed allora si vedono parecchi “teatrini”:
chi finge di non sapere, chi di non capire, altri cercano spasmodicamente un biglietto che non potranno trovare, nessuno ha i documenti, qualcuno non ricorda il suo nome, altri sparano subito un nome e cognome a caso.
Gli addetti di solito sono cortesi, molto pazienti, fingono di non sentire gli insulti, ma sono giustamente inflessibili.
Sulla linea 10 ho assistito alla solita scena: un uomo, forse peruviano o giù di lì, cerca vari espedienti per evitare la multa, ma viene invitato a scendere a Porta Susa per l’identificazione e la stesura del verbale.
Alla fermata scende col controllore e, come tocca terra, si lancia come una freccia a testa bassa attraverso la strada col traffico delle ore di punta, senza guardare, rischiando la vita e provocando frenate e tamponamenti, e si infila nella stazione, lasciando il controllore a bocca aperta.
Tre piccole storie tra le mille che si vivono ogni giorno sui mezzi pubblici per chi le vuole vedere, per chi, invece di guardare fuori o davanti a sé con lo sguardo imbronciato, rimurginando i suoi pensieri più tristi, si concede una pausa di relax e si guarda intorno per vedere cosa succede, e magari con un leggero sorriso sulle labbra, si rende disponibile per qualche persona, di solito anziana, che non ha nessuno con cui scambiare parola, e approfitta di questa disponibilità per “attaccare bottone” e rendere meno grigia una giornata grigia di una vita grigia.
