Racconti d’un senzatetto
In una lussuosa casa sita nella parte più ricca
di una città in cui non farò nome, viveva un uomo grande ed importante. Era un
uomo potente, ma non di quelli che sono riusciti a farsi una fortuna tutta da
sé, senza che nessuno gli desse un aiuto. Era uno di quei giovani che cresciuti
sotto un tetto di diamanti aveva dovuto solo imparare il lavoro di suo padre e
essere avviato ad esercitarlo. Era un avvocato di fama: Avvocato Francesco
Russo.
Ogni giorno prendeva la sua auto nuova fiammante e alla velocità di 50km/h si
recava al lavoro. Per recarsi a lavoro prendeva sempre la macchina, ma un bel
giorno la sua macchina si ruppe e dovette chiamare un meccanico che la portasse
nella sua officina col suo forte carroattrezzi e l'aggiustasse. Purtroppo, la
speranza che fosse un guasto da poco, aggiustabile al massimo in un giorno
massimo due e la risposta «No, mi spiace; dovrà pazientare minimo per una
settimana, ma più probabile due. Devo farmi mandare i pezzi per aggiustarlo.
Guardi qui come si è ridotto...» disse il meccanico, ma il gesto che fece
Francesco Russo fece cadere il suo discorso nel vuoto.
Rassegnato, l'avvocato iniziò a farsi il cammino a piedi. Un giorno però la
sveglia non suonò e si svegliò in ritardo. Il posto in cui doveva recarsi per
la sua professione non era distante a patto di passare in un vicoletto a patto
di passare per uno stretto e buio vicoletto pieno di miseria e di povertà.
Visto costretto decise, quasi costretto, a passare in mezzo ad esso. Si sentì
fagocitato in un mondo a lui molto distante, impossibile da raggiungere se non
per propria scelta. Mentre camminava a passo talmente veloce da poter dire che
correva, non si sa come vide negli occhi di un reietto un qualche cosa che
vedeva negli occhi di chi guardava ogni giorno tra i suoi colleghi e più intimi
amici.
Non sapeva cosa fosse ma nonostante ciò si fermò, mise la mano in tasca, trasse
un po' di soldi che depose vicino a questa persona. Non aveva nulla ove
metterli e l'avvocato si torvo un po' d'impaccio prima di appoggiarli
delicatamente vicino a questa persona. Costui non si mosse. Sembrava quasi che
stesse dormendo e Francesco Russo l'avrebbe pensato anche senonché aveva visto
poco prima che era sveglio e intravedeva il suo sguardo osservarlo da sotto un
cappello di paglia. Impacciato Francesco Russo trasse fuori altri soldi e
pensando di averlo offeso con pochi soldi quanti gliene aveva dati chiese scusa
nel posare vocino a quelli di prima altri soldi.
Neanche questa l'uomo si mosse... non nell'immediato, perlomeno. Quando
l'avvocato stava per riprendere la strada per giungere al suo ufficio, l'uomo
si mosse rumorosamente dicendo «Grazie a te, giovane uomo di grandi speranze e
grandi ambizioni». Pronunciò
queste parole con una profondità che lo colpì. Rimase colpito però
ancor più che aveva dato dei soldi ad un estraneo, un barbone per di più.
Guardò la sua cipolla d'oro e vide che era già in ritardo e mentre stava per
fare un passo verso la meta l'uomo iniziò a parlare.
«
Il sogno di gloria e di fama
fu per me una doppia lama.
Dal lavoro molto stressato
scordai color ch'ho più amato
A lei signor dall'occhio buono
le darò uno special dono.
Venga a me ancor più vicino
che le narro di me e del vino.
»
Il giovane Francesco avanzò intimorito. Giunto vicino all'uomo si fermò, poi
sisedette a terra vicino al barbone al segno che gli fece. Dopo un attimo di
silenzio riprese a parlare.
«
Le narro ciò, benefattore,
anche se ciò di da dolore
poiché non paghiate per l'oro
il prezzo dato da coloro
che ne son rimasti abbagliati;
saran pur i tempi cambiati
ma tal è rimasta la gente
che non da il prezzo giusto a niente.
Son passati già tre lustri
quand'ero tra i signori illustri:
ma il lavor divenne tormento
e nell'alcool mi buttai dentro.
Sotto l'influsso del mio vino
menai sia moglie che bambino.
Il rimorso qui mi divora:
or son senza più dimora
e ho perduto la mia famiglia
Questa vita non m'assomiglia,
e comunque non è più vita:
riuscissi, la farei finita.
Il suo sguardo, sa, mi rincuora...
ricorda me prima d'allora;
ma è già passata un'ora
e per lei è ora d'andare:
che le mie frasi le sian care.
»
Effettivamente era già tardi e temeva che arrivato in ufficio il suo superiore
l'avrebbe rimbrottato. Arrivato in ufficio per fortuna il suo capo, occupato da
chissà cos'altro non lo notò quasi. Si limitò a mandargli un'occhiata che
lasciava intendere benissimo tutto ciò che voleva dire. Il giorno, nonostante
si fosse preparato per andare a lavoro con largo anticipo per incontrare il
senzatetto, trovando un amico che gli offrì un passaggio ed insistette
nonostante gli avesse detto che preferiva fare due passi non riuscì a passare
per il vicoletto e quindi a ritrovare il senzatetto. Arrivato a lavoro chiese
se per il giorno successivo poteva prendersi una giornata di ferie. Tornato a
casa non disse alla sua moglie di aver preso ferie e il giorno successivo uscì
come se fosse stata una normalissima giornata di lavoro.
