Bella,Antonella, anzi bellissima l’idea di fare una cena tutti noi di Cruto 18 Street, come familiarmente da sempre chiamiamo quell’agglomerato di case popolari in quel popolare quartiere della periferia nord di Torino, la nostra città.
Così lo chiamiamo tutti noi che, per fortuna o per sfortuna, vi abbiamo vissuto,o almeno trascorso qualche giornata della nostra vita.
E così io, ogni sabato pomeriggio, negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza attraversavo quei cortili, quelle portine una ad una, quelle casette tutte uguali, fino ad arrivare all’ultima, dove abitava mia nonna: suonavo il campanello, percorrevo un androne buio e triste e salivo le scale-tre piani a piedi - l’ascensore non c’era, e gradino dopo gradino, percepivo sempre più nitido il profumo della torta appena sfornata che mia nonna mi faceva trovare calda, tutte le volte che andavo da lei.
Giusto il tempo di salutarla, di mangiare la crostata, inimitabile la sua, che ero già in cortile a giocare con gli amici. Erano quelli gli anni ’80, in cui ancora ci divertivamo con la Barbie, con il pallone, regolarmente sgonfio, con le figurine dei calciatori, con le biglie, oppure si giocava alla famiglia – gioco gettonato dalle femmine, quanto odiato dai maschietti, da sempre allergici alle responsabilità. O ancora, alla settimana, con magistrale preparazione del marciapiede,eseguita a regola d’arte dalla sottoscritta con tanto di gessetto fregato a scuola da qualche amico impavido.
Già, allora i videogiochi non c’erano, non c’era facebook , e nessuno si sarebbe mai sognato di bere per noia nient’altro che l’orzata o la menta, che mamme e nonne preparavano insieme alla merenda per tutti i “gagnu” del cortile.
E poi eravamo sotto il vigile controllo di qualche ragazzina più grande che aveva il compito, oltrechè l’onore, di tenere d’occhio tutti noi, come una sorella maggiore divisa fra tutti, o un’animatrice, diremmo oggi. Dopo i dodici anni, a tutte, chi prima chi dopo, toccava di dover fare da baby sitter ai più piccoli: è così che forse, mi venne in mente proprio allora di voler fare la maestra.
Ma Cruto 18 Street era anche e soprattutto una grande costellazione di persone adulte che destavano in noi curiosità, a volte ilarità- sguaiate risa al loro passaggio- oppure invidia, o altre volte ancora, erano dei veri e propri miti, esempi da imitare nel futuro.
C’era il bello che studiava medicina e che nemmeno ci degnava di uno sguardo, ma che tutte ammiravamo per la sua classe e la sua inesauribile cultura –così pareva ai nostri occhi.
E poi c’era l’artista, il “ Pitur”, divenuto famoso, come tutti i grandi artisti, solo dopo la sua morte. Si lui, il “pitur”, me lo ricordo bene, anche perché, questo strano ometto che di giorno lavorava alla Fiat e di notte dipingeva, era un assiduo frequentatore della casa di mia nonna. Il perché non l’ho mai capito, anche se qualche maligno sospetto ce l’avrei; ricordo che spesso le regalava degli splendidi acquerelli: suonava alla sua porta, beveva il caffè, faceva due chiacchiere e le lasciava nell’entrata, vicino all’uscita, un suo quadro, così, senza motivo apparente. “In segno della nostra amicizia”- le diceva. E lei lo appendeva, pareva una galleria d’arte, una mostra, casa sua. C’erano più quadri che mobili, più paesaggi appesi in quelle due stanze che nel mondo intero. Al secondo piano, da sola, per scelta e per vocazione,diceva lei,per l’eccessiva bruttezza pensavo io, abitava la maestra, la “signorina” come ancora si chiamavano per rispetto, le vecchie zitelle. Da ragazzina la maestra, era per me una specie di donna onnisciente, con la quale interi pomeriggi trascorrevano veloci, pregni di cultura e di nuove scoperte. Casa sua era una un’immensa scaffalatura piena di libri e di ricordi scolastici: fu lei a parlarmi per la prima volta della Fallaci, che chiamava amichevolmente Oriana, e a prestarmi un suo libro. Fu ancora lei, a farmi capire che il sapere, e ancor più il pensare, fosse l’essenza dell’umanità. Insomma, un po’ di filosofia, un po’ di letteratura, lei parlava e spiegava, e forse in me trovava un’ascoltatrice attenta ed affezionata.
E la nonna? Beh, lei è il personaggio principale, il protagonista assoluto, l’anima di questo mio racconto, che le dedico, come fosse un fiore,un omaggio, da deporre sulla sua tomba, ora che non c’è più. Com’era la nonna, la mia nonna? Amorevole con me,con quel suo grembiulino da cucina, sempre pronta a cucinare, ad abbracciarmi, a coccolarmi. Con quello sguardo dolce,fresco, quei suoi capelli di quel grigio azzurro argenteo che la facevano assomigliare ad una fata, la fata in cui mi rifugiavo per sfuggire a dei genitori troppo severi e forse troppo noiosi per me. Lei, eclettica, camaleontica, era quindi la fata del focolare, e quel suo alloggio popolare così profumato di cose buone, era un castello,un rifugio sicuro. Eppure lei, Maria, la chiamavano la “madama”o la “contessa”, per quel suo vezzo di agghindarsi per uscire, di vestirsi sempre fin troppo bene per il luogo in cui viveva e la gente che frequentava. Così, se andava a comperare il pane,tutta impellicciata, con un grande turbante in testa,guantini e vistose collane,tipo diva anni’30, qualcuno, malignamente, sussurrava: “Dove và la madama conciata così?” “Andrà mica a trovare il pitur?” rispondeva la di lui consorte. E via discorrendo….
Ed era quell’ambivalenza di ruoli, di immagini,oserei dire di personalità, che facevano di lei il mio punto di riferimento, che suscitavano in me, oltrechè l’amore lecito e logico di una nipote verso la propria nonna, anche la curiosità di avere dinnanzi una persona sempre nuova, sempre diversa.
Un personaggio pirandelliano come il pitur e la maestra, pensai dopo, studiando il grande scrittore.
Brava Antonella, bell’idea la tua, in quella cena anche gli assenti saranno presenti, vivi come non mai nei nostri personalissimi e spesso condivisi ricordi di Cruto 18 Street.
