Strumenti personali

Concorso 2009

Concorso Parole in Corsa GTT

Una stanza della sua mente

di Antonella Liccardo

Anche quel giorno Elisa, si apprestava a chiudere la porta di casa.

Nonostante fossero appena le 6.00, aveva già le braccia cariche di buste e sacchetti per la spesa.

 

“Nani, Peppo, Luca, andiamooooo”, si sentiva gridare con voce tonante ogni mattina.

I vicini lo sapevano e non si erano ancora abituati a quel brusco risveglio.

 

Elisa viveva in quel condominio da due anni e, nonostante uscisse abitualmente, non aveva stretto amicizia con nessuno.

Aveva quarantasette anni e lavorava come operaia in una fabbrica.

 

Di corsa, trascinandosi le pesanti buste, ogni mattina prendeva l’autobus delle 6.15.

Occupava sempre l’ultima fila, quasi fosse stato un posto prenotato. Una volta in viaggio, con i pochi ospiti del bus, era solita interrogare i ragazzi su quello che avrebbero fatto quel giorno a scuola.

 

Riprendeva puntuale il fiocco dei capelli di Nani, che non riusciva mai a contenere quella massa di neri riccioli ribelli. Gli stessi suoi di quando aveva la sua età.

 

Peppo e Luca erano gli inquieti: saltellavano di posto in posto come due piccoli grilli.

 

La stessa scena si ripeteva al ritorno. Il bus della sera era però più affollato.

Di tanto in tanto Elisa, distoglieva lo sguardo dai ragazzi per guardarsi in torno. Non capiva perché tutti la fissassero.

 

Il ritorno a casa era il momento più bello. Finalmente si godeva i suoi ragazzi.

Siccome di giorno lavorava, appena sbrigate le faccende, giocava e si divertiva con loro.

La sua casa diveniva - di volta in volta - un campo di calcio, una discoteca, una pista da bowling, un campo da golf.

Non risparmiava loro nessun gioco.

Erano tutta la sua vita e li amava profondamente.

 

I vicini non ne potevano più. Elisa non si rendeva conto del rumore assordante che partiva dal suo appartamento per disperdersi in tutto il condominio.

Il signor Valentino, che abitava al piano di sotto, era allo stremo. Il rumore non cessava sino a mezzanotte. Vi lascio per un istante immaginare, quando era in “scena” la serata in discoteca.

 

Valentino con sua moglie Teresa, aveva sollecitato molte volte l’amministratore, che a sua volta, aveva scritto ai servizi sociali.

 

Fino a quel giorno sembrava che nulla potesse inquietare i giochi serali di Elisa;  anzi, la routine non subiva alcun cambiamento.

 

Il caso volle che alla signora Gilda, inquilina del secondo piano, venisse un infarto. Al suo rientro  a casa Elisa, notò grand’agitazione.

 

L’ansia d’improvviso l’invase tanto che quella sera decise di rinunciare ai soliti giochi, facendo andare a letto i ragazzi prima del solito.

La mattina dopo, era sull’uscio di casa, quando il suono del campanello la bloccò.

“Non aprite”, urlò ai bambini; ma il suono era insistente.

Le rimbombava nella testa. Con piccoli e lenti passi, aprì la porta.

 

Due braccia la strinsero.

Non se l’immaginava cosi possenti.

Una mano forte l’afferrava in una morsa, mentre si dibatteva disperatamente.

Dovette serrare i denti per impedirsi di gridare, non voleva spaventare i bambini.

In un istante non riuscì più a muoversi e l’ultima cosa che mise a fuoco fu una strana camicia bianca in cui velocemente la infilarono.

 

La sola figura che ebbe vivida per molti giorni, ad occhi chiusi, era l’immagine dei suoi piccoli e, quando le stringhe le dolevano i polsi, pregava che fossero al sicuro.

La straziante sofferenza le impediva di dormire.

Le parole che le giungevano ovattate dai medici erano sempre le stesse: “È stabile”.

Cosi passavano i giorni. Si susseguivano volti ai bordi del suo letto.

 

Una notte, un rumore ruppe il silenzio e la fece sobbalzare. La stanza era buia. Si sforzo di sentire meglio. Di nuovo quel suono. Nitido, cristallino.

E poi tutto ad un tratto li vide.

 

Nani, Peppo e Luca erano di nuovo lì con lei.

Erano tornati. Non l’avevano abbandonata.

Potevano continuare a vivere li, tutti e quattro in una stanza della sua mente.

Le stringhe non le facevano più male, mentre iniziava a raccontare una fiaba ai suoi bambini.

 

Il giorno dopo i medici non notarono che stava dormendo con un sorriso che illuminava il volto.