Croselin si svegliò di controvoglia. S’infilò sotto la doccia con la voglia di rinunciare. Quale insano attacco di buonismo le fosse preso, non avrebbe saputo dirlo, certo da quando lei e Pan si erano lasciati, un paio d’anni prima, manifestava una sorta di abnegazione mistica per ogni situazione insostenibile compresa quella di andare a trovare sua sorella a Torino in una, così si preannunciava, soffocante giornata di fine luglio.
Il treno per Torino cominciò la sua marcia perfettamente in orario alle 10 e 36. Croselin tirò fuori gli occhiali e un libercolo. Ma la “controvoglia” è cosa seria, un annuncio di sfiga che andrebbe ascoltato. Il treno prese un’ andatura da vecchia automobile di inizio secolo con le annesse comodità di aria condizionata non funzionante. Nei pressi di Villanova “l’alta velocità” formato locale già era ferma in una campagna solitaria e il controllore andava e veniva da un vagone all’altro in evidente stato di ansia. Dal fondo del vagone una signora bionda gli si avvicinò cercando spiegazioni.
Un guasto sulla linea – si scusò il tipo indaffarato. Croselin alzò gli occhi da “Storie allo specchio” di Lucia Portis che tentava di leggiucchiare tra un’ occhiata all’orologio e una al controllore sempre più attivo nel suo andare e venire, e pensò che la mattinata era “fatta”. Telefonò a Maurilla di non aspettarla per un giro al mercatino rionale, perchè il treno era decisamente in ritardo. Poi a strattoni il treno ripartì. Di lì a poco si rifermò. La campagna non lasciava spazio ad immaginazione, sovrabbondante il verde rosicchiato dal sole a picco sulle rotaie parallele a quelle del treno fermo in attesa. Circa a mezzogiorno e un quarto, dopo un interminabile viaggio, i pantaloni e la canottiera appiccicate al corpo, Croselin approdò alla stazione di Porta Nuova. Finalmente! Certo un viaggio così lungo le aveva risparmiato un bel po’ di chiacchiere inutili – Romualdo ha dato un esame l’altro giorno di tecnica bancaria…Toroz sta invecchiando precocemente ed è noioso come una talpa…nella scuola dello scorso anno sì che l’ufficio funzionava, ora non c’è nessuno in grado di capire qualcosa… bla,bla,bla, pensò Croselin tra il sollievo e il disappunto piazzandosi davanti alla fermata dell’1 dall’altra parte della Stazione. Di Torino le piaceva il tram, lo riteneva un mezzo poco moderno, una sorta di carrozza antica, con quei fili attaccati da qualche parte su nel cielo. Su nel cielo? Il cielo era un’ invenzione un po’ stropicciata da ragazza invecchiata e ammalata di malinconia, la realtà un caldo afoso e umidiccio e un cellophan trasparente proprio sopra i fili elettrici di alimentazione del tram. Il crocchio in attesa si riversò sul tram insieme a Croselin che si aggrappò alla meno peggio alla spalliera di un seggiolino. Pencolando si diresse all’obliteratrice, mentre il tram spalancava nuovamente le sue fauci sdentate a raccogliere l’umanità varia sul percorso che l’avrebbe portata a Piazza Statuto. Lo scorse subito e credette di sognare: la nuca in gran parte calva, la testa china a guardare il predellino dietro una donna minuta con bambino, un ragazzo con gli auricolari agli orecchi, un signore troppo azzimato per il calore della giornata. Una frazione di secondo e già fu irremediabilmente a tre passi da lei. Pan spalancò gli occhi celesti e le sorrise sorpreso. Il tram strattonò in partenza e Croselin si sentì risucchiare un metro più indietro contro il sedile di legno chiaro bordato di alluminio a lei più vicino. Le mani di Pan la sorressero - Ti sei fatta male?
– No, non è niente, un colpo sul polpaccio, niente di più.
- Dove vai?
- Da Maurilla certo. Tu piuttosto cosa ci fai qui?
- Ci abito da quasi un anno a Torino. Per lavoro.
Ricordò in un istante gli ultimi anni insieme, i suoi musi lunghi e i suoi sguardi cupi e le imprecazioni ad una cittadina dormitorio, piccolo paese imbalsamato e spento. Ricordò quante volte a denti stretti aveva detto che se ne sarebbe andato da qualche altra parte, pur di smetterla di sentirsi precario.
Ci aveva creduto poco, stancandosi di avere a fianco un Pan dagli occhi spenti e il sarcasmo duro nelle poche frasette che riuscivano a scambiarsi.
Lo guardò nei trasparenti occhi celeste.
- Scendiamo, dai. Alla prossima scendiamo e infiliamoci in un bar a mangiare qualcosa – disse Pan continuando a guardarla negli occhi. Scesero senza sapere dove si trovassero. Croselin scrisse a Maurilla “ Non aspettarmi, poi ti spiego”. E spense il telefono.
Si svegliò di controvoglia. Le aleggiava nella testa lo smarrimento di un sogno. Sotto la doccia le cadde l’occhio sul polpaccio destro fiorito di un grosso livido viola. Sgocciolando per la casa, frugò nella borsetta abbandonata ai piedi della libreria. Sorrise e accese il telefono.
